Il 1° febbraio 1790, in una New York che era ancora capitale federale e laboratorio fragile della giovane repubblica, si riunì per la prima volta la Corte suprema degli Stati Uniti, un evento apparentemente sobrio ma destinato a incidere profondamente sull’architettura del potere americano, perché da quel momento prese forma concreta l’idea che il diritto potesse e dovesse essere un contrappeso stabile agli umori della politica e alle pulsioni del potere esecutivo e legislativo.
Se allora i giudici si incontrarono in spazi provvisori e con un’autorità tutta da costruire, oggi la Corte è il vertice indiscusso del sistema giudiziario federale, composta da nove giudici – otto associate justices e un chief justice – nominati dal presidente e confermati dal Senato, in carica a vita per garantire indipendenza, chiamati a interpretare la Costituzione, a dirimere i conflitti tra Stati, tra cittadini e governo federale e, soprattutto, a stabilire se le leggi e gli atti del potere siano compatibili con i principi fondamentali dell’ordinamento.
Si tratta di un potere di controllo che non era esplicitamente scritto nel testo costituzionale ma che la Corte ha saputo affermare nel tempo come pilastro della democrazia americana, funzionando attraverso un sistema di selezione rigorosissimo dei casi, deliberazioni riservate e decisioni motivate che diventano precedenti vincolanti, e proprio in questa continuità storica, che unisce la prima riunione del 1790 alla Corte contemporanea, si inserisce l’attuale composizione a maggioranza repubblicana, spesso descritta in modo riduttivo come una semplice fotografia di equilibri politici ma che, letta con uno sguardo più attento, rappresenta per molti una riaffermazione del ruolo della Corte come custode di un’interpretazione più restrittiva e testuale della Costituzione, meno incline all’attivismo giudiziario e più rispettosa della separazione dei poteri, una Corte che privilegia il federalismo, la centralità degli Stati, la libertà religiosa e la certezza del diritto, e che proprio per questo viene vista dai suoi sostenitori come un argine contro l’espansione incontrollata del potere federale e contro letture mutevoli dei diritti fondamentali, dimostrando come quell’istituzione nata in punta di piedi oltre due secoli fa continui a essere un campo decisivo di confronto culturale e politico, fedele alla sua missione originaria di arbitro supremo ma anche inevitabilmente specchio delle grandi tensioni che attraversano la società americana.
