Il 15 novembre 1999 la Francia approvava la legge n. 99-944, istituendo il Patto Civile di Solidarietà: un’unione giuridica alternativa al matrimonio, contrattuale e neutra, aperta indifferentemente a coppie eterosessuali e omosessuali, presentata come un compromesso moderno capace di “rispondere alle nuove forme di convivenza”.
In realtà, con quel provvedimento iniziava un percorso di progressivo distacco dal diritto naturale e dalla concezione antropologica che aveva retto per secoli non solo la civiltà cristiana, ma lo stesso tessuto sociale europeo.
Il PACS veniva infatti interpretato come un semplice strumento tecnico, un accordo tra privati per tutelare alcuni aspetti patrimoniali: ma dietro la tecnicalità si nascondeva un cambiamento ben più radicale, cioè l’idea che lo Stato non avesse più il compito di riconoscere e favorire la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, bensì quello di equiparare, o almeno avvicinare, qualsiasi forma di convivenza affettiva a un modello familiare legittimo.
Questa trasformazione non fu un episodio isolato. Essa si iscriveva in una lunga serie di interventi legislativi mirati a ridefinire l’antropologia giuridica dell’Occidente, separandola dalle sue radici cristiane. Dopo il PACS, la Francia stessa avrebbe compiuto altri passi, fino alla piena legalizzazione del “mariage pour tous” nel 2013, che cancellò dal dizionario giuridico la differenza sessuale e introdusse una visione della famiglia puramente contrattuale, sganciata dalla complementarità naturale e dall’apertura alla vita.
L’Italia, pur più lenta, ha seguito progressivamente lo stesso itinerario. Già con il referendum sul divorzio del 1974 e con la legalizzazione dell’aborto nel 1978 si era aperta una frattura profonda tra la tradizione giuridica cattolica e la nuova cultura dei diritti individualistici.
Nel 2016, poi, la legge n. 76 — la cosiddetta legge Cirinnà — ha istituito le unioni civili tra persone dello stesso sesso, dotandole di una struttura quasi matrimoniale; e, parallelamente, ha introdotto un riconoscimento giuridico delle convivenze di fatto che, di fatto, ha consolidato l’idea che la famiglia non sia più una realtà naturale ma una categoria variabile decisa dal legislatore.
Tale deriva non riguarda soltanto il matrimonio: si riflette anche nelle leggi sulla procreazione medicalmente assistita, spesso aperte alla fecondazione eterologa e alla manipolazione embrionale, nella crescente pressione per legalizzare l’eutanasia, nelle proposte di regolamentazione dell’utero in affitto, nella tendenza a subordinare la verità biologica dell’identità sessuale al mero autodeterminarsi soggettivo della persona.
Tutte queste normative condividono un punto di fondo: l’idea che l’uomo non sia più custode di una natura ricevuta, ma creatore di sé stesso, autore assoluto del proprio corpo, delle proprie relazioni, perfino della propria identità. È il trionfo dell’“io” sul reale, dell’autonomia sulla verità. Il diritto naturale, che per secoli aveva riconosciuto nell’ordine della creazione una misura intrinseca, un orientamento morale inscritto nella stessa struttura dell’essere umano, viene così sostituito da una legislazione fluida, plasmata dai mutamenti culturali del momento, dalle pressioni ideologiche, dagli interessi elettorali e mediatici.
In questo panorama, il richiamo dei principi cattolici non è nostalgia di un passato ma riaffermazione della realtà: l’uomo non si è dato la vita da sé, non si è inventato come maschio e femmina, non ha creato l’istituto familiare né la relazione tra generazioni.
Ignorare questo dato significa costruire una società fondata su un’antropologia fragile e instabile, destinata a frantumarsi nelle sue stesse contraddizioni. Per questo, di fronte al proliferare di leggi che pretendono di ridefinire ciò che la natura stessa ha già definito, l’urgenza non è semplicemente morale o religiosa, ma civile: ricordare che un ordinamento giuridico che smarrisce il suo fondamento antropologico finisce per smarrire anche il senso del bene comune, sostituendolo con un mosaico di diritti soggettivi che non convergono verso niente e che, alla lunga, generano conflitto anziché armonia.
Un’Europa che voglia davvero guardare al futuro non può permettersi di recidere le proprie radici, né di sacrificare la verità sull’uomo alle mode sociali o alle retoriche del progresso. Ritornare al diritto naturale e ai principi cattolici, dunque, non significa tornare indietro: significa ricominciare a costruire su fondamenta solide ciò che altrimenti rischia di crollare al primo mutamento culturale.
