La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze, Reem Alsalem, ha presentato all’Assemblea generale un rapporto in cui esamina “le varie manifestazioni di violenza contro le donne e le ragazze nel contesto della maternità surrogata”, nonché i fattori che determinano questa pratica e le sue conseguenze sui diritti umani.
Secondo il rapporto, la maternità surrogata è in crescita in tutto il mondo, con un notevole incremento degli accordi transfrontalieri, in cui genitori provenienti da paesi ad alto reddito assumono donne in giurisdizioni in cui la pratica è consentita.
Il mercato globale è stato valutato a quasi 15 miliardi di dollari nel 2023 e si stima che raggiungerà i 100 miliardi di dollari entro il 2033.
Le madri surrogate ricevono in genere tra il 10% e il 27,5% del compenso totale, mentre la maggior parte va agli intermediari. Inoltre, sono previsti incentivi finanziari per chi recluta donne per le agenzie di maternità surrogata, il che crea dinamiche di reclutamento in contesti vulnerabili.
Il rapporto individua tre principali modelli normativi: il divieto assoluto (come in Italia, che nel 2024 ha classificato la maternità surrogata come “crimine universale”); la regolamentazione degli accordi altruistici (Australia, India); e l’autorizzazione della maternità surrogata commerciale (Georgia, Israele e Ucraina). In molti Paesi, la mancanza di regolamentazione crea lacune giuridiche. Anche le sentenze dei tribunali differiscono: in Spagna, la Corte Suprema ha stabilito che il desiderio di diventare genitori non può prevalere sui diritti delle donne.
La relatrice sottolinea che le madri surrogate provengono spesso da contesti con redditi e status sociali inferiori rispetto ai loro clienti. La situazione è aggravata dalla situazione delle donne che donano ovuli, esposte a trattamenti ormonali invasivi, e delle madri committenti, che possono essere sottoposte a pressioni in contesti legali complessi. La relazione documenta anche casi di tratta di esseri umani in cui famiglie povere affidano le proprie figlie a reti di maternità surrogata con false promesse di lavoro o matrimonio.
Il rapporto descrive dettagliatamente varie forme di violenza:
– Economici: contratti che impongono rinunce all’autonomia medica, negazione di indennizzi o restrizioni alla libertà di movimento.
– Psicologici: pressione emotiva ad accettare la pratica, alti livelli di depressione e ansia e traumi derivanti dalla separazione post-partum.
– Fisici: rischi medici maggiori rispetto a quelli di una gravidanza tradizionale, come tagli cesarei multipli, parti prematuri e complicazioni associate ai trattamenti per la fertilità.
– Riproduttivi: aborti forzati, riduzione degli embrioni e restrizioni contrattuali che possono assomigliare alla schiavitù.
Il documento mette in guardia dalle conseguenze per i bambini, in particolare per le bambine. Tra queste, la separazione immediata dopo la nascita, tassi più elevati di parti prematuri e di basso peso alla nascita, il divieto di allattamento al seno in molti contratti e il rischio di perdita della nazionalità o dell’identità legale negli accordi internazionali.
Alsalem individua come principali autori di atti di violenza le agenzie e gli intermediari che reclutano donne in situazioni di vulnerabilità, i professionisti medici che eseguono interventi senza consenso e, in alcuni casi, gli stessi Stati, quando ricorrono a pratiche coercitive o non riescono a garantire un’adeguata protezione.
Nelle sue conclusioni, la relatrice propone di procedere verso l’eradicazione della maternità surrogata in tutte le sue forme. Nel frattempo, raccomanda agli Stati di adottare misure per proteggere le donne e i bambini coinvolti, garantire l’accesso alla giustizia e sviluppare un quadro internazionale giuridicamente vincolante che vieti questa pratica.
