Il 6 settembre 1986, nella sinagoga Neve Shalom di Istanbul, si consumò uno dei più efferati attacchi terroristici contro la comunità ebraica della diaspora: due membri dell’organizzazione di Abu Nidal, uno dei gruppi più sanguinari del terrorismo palestinese, entrarono durante le funzioni dello Shabbat e aprirono il fuoco con armi automatiche, uccidendo ventidue fedeli e ferendone sei.
Non fu solo un attacco contro delle persone inermi riunite per pregare, ma un deliberato gesto simbolico che mirava a colpire l’ebraismo ovunque si trovasse, a testimonianza di un odio che travalicava confini e che intendeva trasmettere un messaggio di paura e di intimidazione globale.
L’attentato ebbe un impatto profondo non soltanto in Turchia, ma anche in Israele e nel mondo intero, poiché rappresentava il prolungamento di una strategia del terrore che negli anni Ottanta aveva visto l’organizzazione di Abu Nidal distinguersi per la ferocia, con operazioni sanguinose in aeroporti, teatri, ambasciate e luoghi di culto.
La strage di Istanbul non rimase un episodio isolato, ma si inserì in un lungo elenco di azioni che avrebbero continuato a segnare la storia dei rapporti tra gruppi armati palestinesi e il mondo occidentale: dall’attacco all’aeroporto di Roma-Fiumicino e a quello di Vienna del dicembre 1985, con decine di morti e feriti, fino al dirottamento del volo Pan Am 73 a Karachi nel 1986, ancora una volta opera del gruppo di Abu Nidal, che provocò nuove vittime innocenti.
La logica che guidava questi attentati era sempre la stessa: colpire civili, colpire ebrei, colpire chiunque fosse considerato vicino a Israele o all’Occidente, nella convinzione di poter trasformare il sangue versato in una bandiera politica.
Negli anni successivi, lo scenario del terrorismo palestinese si sarebbe ulteriormente articolato con l’ascesa di Hamas e della Jihad Islamica, responsabili di una lunga serie di attentati suicidi e attacchi armati contro autobus, mercati e ristoranti in Israele, soprattutto durante gli anni Novanta e la Seconda Intifada del 2000, con il loro carico di centinaia di vittime civili.
La continuità storica tra la strategia del terrore di Abu Nidal e quella delle organizzazioni che gli sono succedute si manifesta nella costante negazione del principio di convivenza, nell’uso deliberato della violenza contro innocenti e nella volontà di impedire ogni processo di dialogo o pace.
A distanza di decenni, la memoria dell’eccidio di Neve Shalom rimane una ferita aperta, un monito che ricorda come il fanatismo ideologico, quando si salda con il cinismo politico, possa trasformare il luogo più sacro e intimo, la sinagoga in cui ci si raccoglie per pregare, in un teatro di morte.
E ancora oggi, di fronte al perdurare di attacchi terroristici che colpiscono Israele e le comunità ebraiche in tutto il mondo, quell’atto del 1986 appare come un oscuro preludio a una spirale di violenza che non si è mai davvero interrotta, segno tragico della fragilità della pace e della necessità di un impegno costante contro l’odio e il terrorismo.

Continua la geremiade pro-giudaica e, quindi, in pari causa turpitudinis melior est condicio israelis, si potrebbe dire. Come non ricordare – se si vuole veramente avere “memoria” – di quando l’Unità (1982) riporto’ le parole di Berlinguer “Fermiamo subito Israele” contro la “politica di sterminio” del (terrorista) Begin. Ancora Israele non aveva creato Hamas (allo scopo di dividere l’OLP).
Il titolo: “Migliaia i Palestinesi trucidati”
Alla luce dell’accordo fra Israele e Google, appena siglato, di non pubblicare nulla riguardo al genocidio a Gaza e di adottare una linea ad usum Israeli, mi domando: ma chi scrive quanto sopra, quale scopo ha? Propaganda, non informazione.