di Padre Giuseppe Agnello
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IL PRINCIPIO DI COMPRENSIONE CHE CERCA GESÚ
Gesú parla di molte cose alle folle, ma in paràbole, e queste paràbole prodúcono nell’uditore un effetto di castigo o di fruttificazione, secondo che ci sia o non ci sia il princípio di comprensione che Dio si aspetta in chi ascolta. Il princípio di comprensione non è l’intelligenza, dono naturale che tutti hanno, ma una virtú che muove la volontà verso il bene piú grande, l’amore piú grande, la cosa piú necessària. Le paràbole sono contenuti di fede e di vita spirituale articolati in una similitúdine, dove si propone alla mente di chi ascolta un’immàgine eloquente e comune che ci porti alla realtà che nasconde il símbolo. La realtà nascosta dietro il símbolo è sempre il mistero di salvezza che descrive l’agire di Dio e vuole conquistare l’agire dell’uomo. Non è vero dunque, come qualche studioso afferma che «L’insegnamento delle paràbole consiste nel méttere a fuoco una stòria fondamentale per poi sfocarla, affinché chi l’ascolta non àbbia l’impressione di comprèndere qualcosa» (John Carroll). Questa affermazione fa di Gesú un amante dell’enigma anziché la Verità; oppure un divertito giocatore di nascondino, anziché la Luce vera che illúmina ogni uomo. La paràbola non ha l’intenzione di sfocare la comprensione della verità e di rènderla cosí una verità sotterrànea. Gesú non si è incarnato per giocare a nascondino con coloro che vuole ammaestrare, ma per farsi conóscere gradualmente e sempre di piú attraverso tutto ciò che lo riguarda. Ma ci vuole la preparazione del cuore! Il cuore deve èssere sgombro di tesori materiali, idee assassine, superficialità indegna del mistero di Dio e del destino dell’uomo, preoccupazioni e paure vane. Il princípio di comprensione c’è dove il cuore dell’uomo ha Dio come tesoro e la sua parola come cibo di vita eterna. Se il cuore dell’uomo non ha queste due priorità e necessità, la gràzia di Dio gli passa accanto, ma non è vista e non è capita. Capiamo allora queste parole del Vangelo: «Gli si avvicinàrono allora i discèpoli e gli díssero: «¿Perché a loro parli con paràbole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conóscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con paràbole: perché guardando non vèdono, udendo non ascòltano e non comprèndono» (Mt 13, 10-13). Chi non ama davvero Dio, resta chiuso alla comprensione di Dio e di sé stesso, della vita e della morte, del regno dei cieli e della dannazione eterna: non ha; e gli sarà tolto anche quello che ha. Piú si ama piú si comprende, perché Gesú vuole dare abbondanza di vita e abbondanza di frutti. La fame dell’uomo dovrebbe èssere l’amore di Dio; la sete dell’uomo è il riposo in Dio; e se ci sono entrambe nella consapevolezza della ricerca quotidiana, quando arriva la sua parola, avviene il miràcolo: «Come la piòggia e la neve scèndono dal cielo
e non vi ritòrnano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi sèmina
e il pane a chi màngia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza avér operato ciò che desídero
e senza avér compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11).
Se la nostra fame e sete sono orientate a creature, Dio vísita la Terra e vísita anche noi, ma non ce ne accorgiamo, perché cerchiamo altro.
La paràbola del Buon Seminatore descrive dunque una realtà catastròfica, dove la maggiór parte delle persone realizza in sé il fallimento di questa sèmina di Dio, perché annaspa in una vita che manca della priorità e della necessità di ogni vita: Dio come tesoro e la sua parola come cibo quotidiano dell’ànima. Ma la paràbola mostra anche, dopo il disastro e nel disastro della sèmina lungo la strada, nel terreno sassoso, e dove créscono i rovi, la giòia e la consolazione di Dio, che è quel terreno buono dove fruttífica il seme. La quarta parte di questa sèmina non viene rubata dal Maligno, non si secca a càusa delle radici troppo superficiali, e non sòffoca a càusa di avidità e preoccupazioni: raggiunge l’obbiettivo di Dio. Conclude infatti Gesú: «Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchî, ascolti» (Mt 13, v.23). Il terreno buono sono i cuori preparati a ricévere la parola di Gesú con fede assoluta e cuore orientato al Salvatore che dà la vita in abbondanza. Il terreno buono è fatto di persone che sono disgustate dai proprî peccati e deliziati dalla Verità che non tramonta e non inganna. Sono le persone che dopo la paràbole, si confròntano intimamente con l’Autore della paràbola: gli pàrlano cuore a cuore per capire sempre di piú e vívere sempre mèglio. Ubbidíscono alla Verità. Sono loro la consolazione e la speranza di Gesú: hanno il princípio di comprensione, hanno gli orecchî spirituali per intèndere, quindi « a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza» (Mt 13, v.12).
Vogliamo anche noi, dunque, èssere questo terreno buono che antepone Dio e il suo amore a tutto; lo cerca e gli parla ogni giorno nella preghiera; accòglie il seme della sua parola e lo protegge da ogni perícolo (E i perícoli di questo seme sono i nostri peccati!); produce molti frutti di òpere buone perché è consapévole di èssere nato per meritare l’eternità.
XV Doménica del T.O. anno A, 12 Lúglio 2026
Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
*L’autore aderisce ad una riforma ortografica della lingua italiana Gesú parla di molte cose alle folle, ma in paràbole, e queste paràbole prodúcono nell’uditore un effetto di castigo o di fruttificazione, secondo che ci sia o non ci sia il princípio di comprensione che Dio si aspetta in chi ascolta. Il princípio di comprensione non è l’intelligenza, dono naturale che tutti hanno, ma una virtú che muove la volontà verso il bene piú grande, l’amore piú grande, la cosa piú necessària. Le paràbole sono contenuti di fede e di vita spirituale articolati in una similitúdine, dove si propone alla mente di chi ascolta un’immàgine eloquente e comune che ci porti alla realtà che nasconde il símbolo. La realtà nascosta dietro il símbolo è sempre il mistero di salvezza che descrive l’agire di Dio e vuole conquistare l’agire dell’uomo. Non è vero dunque, come qualche studioso afferma che «L’insegnamento delle paràbole consiste nel méttere a fuoco una stòria fondamentale per poi sfocarla, affinché chi l’ascolta non àbbia l’impressione di comprèndere qualcosa» (John Carroll). Questa affermazione fa di Gesú un amante dell’enigma anziché la Verità; oppure un divertito giocatore di nascondino, anziché la Luce vera che illúmina ogni uomo. La paràbola non ha l’intenzione di sfocare la comprensione della verità e di rènderla cosí una verità sotterrànea. Gesú non si è incarnato per giocare a nascondino con coloro che vuole ammaestrare, ma per farsi conóscere gradualmente e sempre di piú attraverso tutto ciò che lo riguarda. Ma ci vuole la preparazione del cuore! Il cuore deve èssere sgombro di tesori materiali, idee assassine, superficialità indegna del mistero di Dio e del destino dell’uomo, preoccupazioni e paure vane. Il princípio di comprensione c’è dove il cuore dell’uomo ha Dio come tesoro e la sua parola come cibo di vita eterna. Se il cuore dell’uomo non ha queste due priorità e necessità, la gràzia di Dio gli passa accanto, ma non è vista e non è capita. Capiamo allora queste parole del Vangelo: «Gli si avvicinàrono allora i discèpoli e gli díssero: «¿Perché a loro parli con paràbole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conóscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con paràbole: perché guardando non vèdono, udendo non ascòltano e non comprèndono» (Mt 13, 10-13). Chi non ama davvero Dio, resta chiuso alla comprensione di Dio e di sé stesso, della vita e della morte, del regno dei cieli e della dannazione eterna: non ha; e gli sarà tolto anche quello che ha. Piú si ama piú si comprende, perché Gesú vuole dare abbondanza di vita e abbondanza di frutti. La fame dell’uomo dovrebbe èssere l’amore di Dio; la sete dell’uomo è il riposo in Dio; e se ci sono entrambe nella consapevolezza della ricerca quotidiana, quando arriva la sua parola, avviene il miràcolo: «Come la piòggia e la neve scèndono dal cielo
e non vi ritòrnano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi sèmina
e il pane a chi màngia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza avér operato ciò che desídero
e senza avér compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11).
Se la nostra fame e sete sono orientate a creature, Dio vísita la Terra e vísita anche noi, ma non ce ne accorgiamo, perché cerchiamo altro.
La paràbola del Buon Seminatore descrive dunque una realtà catastròfica, dove la maggiór parte delle persone realizza in sé il fallimento di questa sèmina di Dio, perché annaspa in una vita che manca della priorità e della necessità di ogni vita: Dio come tesoro e la sua parola come cibo quotidiano dell’ànima. Ma la paràbola mostra anche, dopo il disastro e nel disastro della sèmina lungo la strada, nel terreno sassoso, e dove créscono i rovi, la giòia e la consolazione di Dio, che è quel terreno buono dove fruttífica il seme. La quarta parte di questa sèmina non viene rubata dal Maligno, non si secca a càusa delle radici troppo superficiali, e non sòffoca a càusa di avidità e preoccupazioni: raggiunge l’obbiettivo di Dio. Conclude infatti Gesú: «Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchî, ascolti» (Mt 13, v.23). Il terreno buono sono i cuori preparati a ricévere la parola di Gesú con fede assoluta e cuore orientato al Salvatore che dà la vita in abbondanza. Il terreno buono è fatto di persone che sono disgustate dai proprî peccati e deliziati dalla Verità che non tramonta e non inganna. Sono le persone che dopo la paràbole, si confròntano intimamente con l’Autore della paràbola: gli pàrlano cuore a cuore per capire sempre di piú e vívere sempre mèglio. Ubbidíscono alla Verità. Sono loro la consolazione e la speranza di Gesú: hanno il princípio di comprensione, hanno gli orecchî spirituali per intèndere, quindi « a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza» (Mt 13, v.12).
Vogliamo anche noi, dunque, èssere questo terreno buono che antepone Dio e il suo amore a tutto; lo cerca e gli parla ogni giorno nella preghiera; accòglie il seme della sua parola e lo protegge da ogni perícolo (E i perícoli di questo seme sono i nostri peccati!); produce molti frutti di òpere buone perché è consapévole di èssere nato per meritare l’eternità.
XV Doménica del T.O. anno A, 12 Lúglio 2026
Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
*L’autore aderisce ad una riforma ortografica della lingua italiana
