Il 10 novembre 1975, con la firma del Trattato di Osimo tra Italia e Jugoslavia, si consumò una delle pagine più amare della nostra storia nazionale, una ferita che ancora oggi sanguina sotto la coltre di silenzi, omissioni e ipocrisie.
Quel giorno, a porte chiuse e lontano dagli occhi del popolo, la Repubblica Italiana sancì definitivamente la rinuncia a territori che erano stati italiani per storia, cultura, sangue e sacrificio, riconoscendo alla Jugoslavia il possesso della Zona B del Territorio Libero di Trieste.
Fu il suggello di un lungo processo di abbandono, cominciato già nel dopoguerra, quando le potenze vincitrici, in nome di un fragile equilibrio geopolitico, consegnarono all’influenza comunista di Tito le terre dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, lasciando al loro destino decine di migliaia di nostri connazionali.
Non fu solo una questione di confini, ma di identità, di memoria, di fedeltà a un popolo. Mentre le diplomazie brindavano a Osimo in nome della distensione, gli esuli giuliano-dalmati ricordavano le case perdute, i cimiteri profanati, le chiese incendiate, le lapidi cancellate.
Le foibe — quell’abisso di orrore dove vennero gettati, spesso vivi, uomini, donne, sacerdoti e bambini solo perché italiani — erano state già sepolte sotto il peso del silenzio, e l’esodo di oltre 300.000 persone, costrette a lasciare le proprie terre per non piegarsi alla jugoslavizzazione forzata, era diventato un fastidio per la politica italiana, ansiosa di guardare avanti, di “normalizzare” i rapporti con Belgrado.
A Osimo, dunque, l’Italia non solo cedette territori, ma cedette se stessa, abdicò al dovere di difendere la propria dignità storica, di riconoscere il sacrificio dei propri figli del confine orientale. Per decenni, le vittime delle foibe furono dimenticate, derise, persino accusate di essere “fascisti” o “reazionari”, mentre la retorica ufficiale preferiva celebrare la fratellanza tra i popoli e la pace ritrovata.
Ma la pace costruita sull’oblio è una pace fragile, e le conseguenze di quella resa morale si avvertono ancora oggi. L’assenza di memoria ha generato una nazione smemorata, incapace di difendere la propria storia, di riconoscere la verità al di là delle ideologie.
Gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che ancora oggi si definiscono tali pur vivendo lontano dalla loro terra, rappresentano il monito di una coscienza nazionale che non vuole morire. Osimo non fu solo un trattato, ma un simbolo del tradimento di uno Stato verso il suo popolo, un patto firmato sopra le tombe degli infoibati e sulle valigie di cartone degli esuli. E mentre in certi ambienti politici si continua a minimizzare o relativizzare quell’immane tragedia, le nuove generazioni rischiano di crescere senza conoscere le radici di un dramma che riguarda tutti gli italiani. Perché chi dimentica il confine orientale, dimentica che la libertà e la sovranità non si barattano per convenienza diplomatica.
L’Italia, ancora oggi, deve chiedere perdono ai suoi figli abbandonati e restituire dignità a una memoria che è parte integrante della sua identità. Solo allora il nome di Osimo potrà essere finalmente ricordato non come un’onta, ma come una lezione da cui rinascere.
