La discussione pubblica attorno all’attacco di Modena ha riacceso, con drammatica urgenza, un dibattito che da tempo cova sotto la superficie del discorso politico e mediatico occidentale: l’esistenza di un evidente e sistematico doppio standard nell’analisi delle violenze che consumano le nostre società. Quando la cronaca registra una tragedia, la macchina del commento sociologico si attiva istantaneamente secondo schemi rigidi e predefiniti. Se una donna viene uccisa, il dibattito si focalizza immediatamente sul patriarcato strutturale e sulla mascolinità tossica. Se la vittima appartiene a una minoranza etnica, si evoca all’istante il clima culturale di odio razziale. Se a subire un’aggressione è una persona omosessuale o trans, la diagnosi è immediata e collettiva: omotransfobia. In tutti questi casi, l’azione del singolo non viene mai isolata, ma letta come il sintomo macroscopico di una colpa sociale, di un’ideologia strisciante che la collettività ha il dovere di riconoscere e sradicare.
Tuttavia, questa solerzia analitica sembra svanire nel nulla quando la realtà dei fatti non si allinea ai canoni del politicamente corretto. L’episodio di Modena, in cui un uomo islamico e magrebino di seconda generazione ha travolto civili innocenti, rappresenta l’ennesimo cortocircuito di questo sistema. Le modalità dell’azione ricalcano fedelmente la strategia del terrore che l’Europa ha tragicamente imparato a conoscere nell’ultimo decennio, una firma operativa legata a precise matrici ideologiche e radicali. Eppure, di fronte a questa evidenza, la narrazione dominante ha subito un brusco cambio di rotta. Le lenti dell’analisi culturale, sociale e religiosa sono state riposte nei cassetti, sostituite frettolosamente dalla comoda categoria della “follia isolata”, del gesto individuale privo di retroterra, dei meri “problemi psicologici”.
Questo repentino cambio di paradigma solleva un interrogativo fondamentale sulla coerenza di chi gestisce il discorso pubblico. Non è possibile sostenere che le dinamiche sociali e ideologiche valgano solo a correnti alternate, ovvero quando servono a confermare una determinata agenda progressista o a colpevolizzare la società occidentale nel suo complesso. Liquidare l’attacco di Modena come il delirio di uno psicopatico significa voler deliberatamente ignorare il peso del radicalismo islamico e i fallimenti dei modelli di integrazione delle seconde generazioni, derubricando a caso clinico ciò che in altri contesti verrebbe giustamente trattato come un problema strutturale. Se la cultura e l’ideologia sono chiavi di lettura valide per decifrare i mali del nostro tempo, devono esserlo sempre, non solo quando fa comodo a una parte politica.
Il rischio strutturale di questo atteggiamento è la creazione di una cecità ideologica che impedisce di affrontare i problemi nella loro reale complessità. Proteggere un dogma culturale a scapito della realtà dei fatti non fa che aumentare il senso di frustrazione e di abbandono in una cittadinanza che assiste a narrazioni asimmetriche. Continuare a nascondere la matrice ideologica dietro la paratia della salute mentale, ogni volta che l’attentatore non risponde all’identikit del “colpevole ideale”, non è un atto di civiltà o di moderazione, ma una forma di giustificazionismo che indebolisce la capacità di difendere i valori democratici e la sicurezza comune.
