La questione israelo-palestinese, che da decenni domina la scena geopolitica mediorientale ed è fonte di tensioni a livello globale, è stata troppo spesso raccontata attraverso una narrazione unilaterale, che vede Israele come oppressore e i palestinesi come vittime.
Tale narrazione, tuttavia, non regge a un’analisi storica approfondita e rischia di perpetuare luoghi comuni privi di fondamento.
In primo luogo, va ricordato che il termine stesso “palestinesi” in senso identitario contrapposto a quello di “israeliani” o “ebrei” è un’invenzione recente, introdotta dall’OLP di Yasser Arafat negli anni Sessanta, con l’obiettivo di costruire una contro-narrazione funzionale alla lotta politica e militare contro Israele.
Prima di allora, gli abitanti arabi della regione non si identificavano come “palestinesi”, bensì come parte di un più ampio mondo arabo.
È dunque fuorviante parlare di un popolo storico palestinese contrapposto a presunti invasori ebrei, poiché la presenza ebraica in quelle terre è antichissima e radicata nei secoli, ben prima della nascita dell’Islam e dell’arrivo degli arabi nella regione.
Gli ebrei non hanno rubato la terra a nessuno: al contrario, nei decenni precedenti la nascita dello Stato di Israele, gli immigrati ebrei acquistarono regolarmente i terreni dai proprietari arabi, pagando somme elevatissime, e trasformarono zone desertiche e paludose in aree fertili, creando un’economia moderna in un territorio che prima era largamente incolto e arretrato.
Le guerre che Israele ha dovuto combattere dal 1948 in poi non sono mai state guerre di conquista, bensì di difesa.
Israele dichiarò la propria indipendenza nel 1948 accettando il piano di spartizione dell’ONU, mentre furono i Paesi arabi circostanti a rifiutarlo e ad attaccare immediatamente lo Stato nascente, con l’obiettivo dichiarato di cancellarlo dalla mappa.
La conseguenza fu che centinaia di migliaia di arabi lasciarono quelle terre, spesso su ordine o incitamento dei loro stessi leader, che promettevano loro un ritorno vittorioso dopo la distruzione di Israele.
Questi profughi non furono accolti dai Paesi arabi confinanti, che li lasciarono in campi profughi in condizioni miserevoli, strumentalizzandone la sofferenza per fini politici.
Al contrario, nello stesso periodo, centinaia di migliaia di ebrei furono cacciati dai Paesi arabi, privati dei loro beni e costretti a rifugiarsi in Israele, dove furono integrati.
La responsabilità del dramma dei profughi palestinesi ricade dunque principalmente sui leader arabi e palestinesi, che hanno rifiutato ogni compromesso e ogni possibilità di pace.
Quanto alla cosiddetta “occupazione” dei territori contesi, si tratta di una falsificazione semantica: Israele si è trovato in possesso di quelle aree (Cisgiordania, Gaza, Sinai, Golan) a seguito di guerre difensive, non di conquiste imperialiste.
In molte occasioni, Israele ha dimostrato la volontà di restituire territori in cambio della pace, come avvenne con l’Egitto per il Sinai.
Persino da Gaza, Israele si è ritirato unilateralmente nel 2005, smantellando insediamenti e consegnando l’area ai palestinesi, che però l’hanno trasformata in una roccaforte di Hamas, da cui sono partiti razzi e attentati contro la popolazione civile israeliana.
Chi parla di “occupazione” dimentica volutamente che Israele ha sempre agito in conformità con le norme internazionali e che le sue richieste sono state costantemente le stesse: il riconoscimento del proprio diritto a esistere e la garanzia di una pace duratura.
È dunque profondamente ingiusto accusare Israele di voler perpetuare il conflitto, quando è evidente che sono le continue aggressioni, il terrorismo e il rifiuto della pace da parte palestinese ad alimentarlo.
La costruzione della barriera di difesa, impropriamente definita “muro”, rappresenta un esempio lampante della manipolazione mediatica.
Non si tratta di un muro nel senso comune del termine, poiché per circa il 90% della sua lunghezza è una recinzione di sicurezza, progettata per fermare gli attentati suicidi e gli attacchi terroristici che negli anni Novanta e Duemila insanguinavano Israele.
Da quando è stata eretta, gli attentati si sono drasticamente ridotti, salvando migliaia di vite. Parlare di violazione dei diritti umani è un ribaltamento della realtà: difendere i propri cittadini è un dovere per ogni Stato, e Israele lo ha fatto rispettando i criteri di proporzionalità sanciti dalle normative sovranazionali.
L’accusa di risposte “sproporzionate” ai lanci di razzi palestinesi è anch’essa un’arma retorica che ignora la sostanza: Hamas e altri gruppi terroristici si nascondono deliberatamente tra la popolazione civile, usano scuole, ospedali e moschee come basi per i lanci, trasformando i civili palestinesi in scudi umani.
Israele, al contrario, avverte i civili prima dei bombardamenti, pratica un livello di cautela senza eguali al mondo, e ciò nonostante viene accusato di crimini di guerra da chi, ipocritamente, tace sulle atrocità dei gruppi terroristici.
Bisogna anche denunciare il ruolo della propaganda e delle fake news, che da anni avvelenano l’informazione mondiale. Foto manipolate, mappe false che mostrano una inesistente “scomparsa della Palestina”, immagini di conflitti in Siria o in Libano spacciate per stragi israeliane: tutto questo alimenta un odio cieco contro Israele, diffuso soprattutto sui social media e, purtroppo, spesso amplificato da una stampa compiacente.
Eppure, quando si analizzano i fatti, emergono la corruzione dilagante all’interno dell’Autorità Palestinese, l’uso sistematico degli aiuti internazionali per arricchire le élite anziché migliorare la vita della popolazione, e il ruolo della potente lobby araba che, ben prima della nascita di Israele, ha saputo influenzare le istituzioni internazionali, dall’ONU fino a presidenti americani come Carter e Obama, spesso spingendo verso posizioni critiche nei confronti di Israele.
In questa prospettiva, appare chiaro che il vero ostacolo alla pace non è la volontà di Israele, che ha dimostrato innumerevoli volte di essere disposto a concessioni in cambio della sicurezza e del riconoscimento, ma la pervicace ostilità di chi rifiuta il diritto stesso di Israele a esistere.
Finché il mondo continuerà a indulgere in una visione distorta, basata su falsi miti e pregiudizi ideologici, sarà difficile costruire un dialogo sincero.
È giunto il momento di ribaltare questa narrazione, restituendo a Israele la legittimità storica, morale e giuridica che gli spetta e riconoscendo che il suo unico “errore” è quello di voler vivere in pace, difendendo i propri cittadini da chi, ancora oggi, predica la sua distruzione.
Angelica La Rosa

Inqualificabile ricostruzione faziosa, in buona parte falsa (Israele ha legalmente comprato la terra incoraggiando I recalcitranti con massacri notturni ammessi orgogliosamente in interviste ad anni di distanza dagli stessi autori, Israele accetta il piano ONU di spartizione che era una proposta la cui validità sarebbe stato operativa solo se accettata da entrambe le parti, rispetta i pronunciamenti internazionali quando invece ignora bellamente tutte le richieste dell’ONU sulla restituzione dei territori.) e senza tenere conto che Hamas è stato sostenuto dal governo Israeliano come migliore opzione contro l’autorità palestinese per avere una controparte impresentabile e poter continuare nella sua politica segregazionista e ultimamente genocidal.
VERGOGNA!!
Provate a vedere il documentario/intervista contenuto in questa puntata di luogocomune di Mazzucco per vedere come è stata “acquistata a caro prezzo la terra agli arabi” e chi ha pagato un caro prezzo di sangue!
https://luogocomune.net/palestina/il-massacro-di-deir-yassin