La recente consacrazione di monsignor Paul Liu Honggang a Datong viene sbandierata dai sostenitori del dialogo come l’ennesima prova del buon funzionamento del famigerato accordo siglato nel 2018 tra la Santa Sede e il governo di Pechino.
Sotto il pontificato di papa Leone XIV, il meccanismo burocratico delle nomine episcopali — controllato in partenza dall’Associazione Patriottica Cattolica e successivamente ratificato da Roma — appare ormai oliato alla perfezione.
Tuttavia, dietro la facciata di una normalità diplomatica costruita a tavolino, si cela una realtà drammatica: l’intesa non ha portato alcuna vera libertà, ma si è trasformata in un pericoloso cavallo di Troia per legittimare il controllo statale sulla Chiesa.
Le concessioni fatte dal Vaticano per mantenere in vita questo fragile statu quo appaiono oggi ai critici come un inaccettabile cedimento morale.
La Santa Sede non solo ha accettato di subire la logica del silenzio e del fatto compiuto, senza alcun preavviso pubblico per evitare mobilitazioni popolari, ma si mostrerebbe persino disposta a stravolgere la storica mappa diocesana del Paese per piegarla ai confini amministrativi del regime.
Un prezzo altissimo pagato a fronte del nulla: Pechino non ha fatto un solo passo indietro sulla repressione, dimostrando che l’illusione di poter addomesticare un regime totalitario attraverso la trattativa segreta si è rivelata un tragico abbaglio.
Mentre i diplomatici pontifici invocano un realismo di stampo rinunciatario, la vita quotidiana dei fedeli cinesi racconta una storia ben diversa, fatta di asfissia e persecuzione sistematica.
In tutto il Paese si assiste all’applicazione ferrea e spietata delle norme che vietano l’ingresso dei minori nei luoghi di culto e bloccano ogni forma di istruzione religiosa, affiancate da una censura soffocante su libri e contenuti web.
Sacerdoti e comunità locali denunciano apertamente una strategia calcolata per strangolare lentamente la vitalità ecclesiale, mentre una simile morsa si stringe anche sulla martoriata diocesi di Hong Kong.
Il prezzo più alto di questo compromesso politico lo stanno pagando i cattolici della cosiddetta “Chiesa clandestina”, coloro che per decenni hanno sacrificato tutto pur di rimanere fedeli a Roma e che oggi si sentono traditi e abbandonati da un Vaticano troppo accondiscendente.
Per molti esponenti del clero, l’accordo non ha aperto neppure un centimetro di spazio per l’evangelizzazione, riducendosi a un patto cinico che agevola i piani di schedatura e controllo del Partito Comunista.
La zona grigia creata dall’intesa non salva la Chiesa, ma facilita il regime nel tenerla sotto sorveglianza.
Negli ambienti della Segreteria di Stato prevale un atteggiamento di rassegnata impotenza, giustificato con la necessità di evitare mali peggiori.
Ma l’idea di affidarsi a una lunga attesa confidando nel ricambio generazionale o nella fine dell’era di Xi Jinping appare ai critici una scommessa suicida.
La conseguenza inevitabile di questa deriva, avvertono i sacerdoti locali, sarà una sola: la spaccatura insanabile tra la Chiesa ufficiale asservita al potere e la vera comunità cattolica, conducendo inevitabilmente verso un nuovo e drammatico scisma.
