Il 9 gennaio 2007, quando Steve Jobs salì sul palco del Macworld per presentare il primo iPhone, il mondo assistette non solo al lancio di un prodotto tecnologico, ma all’affermazione definitiva di una visione dell’uomo e della vita profondamente segnata dall’immanentismo, dal culto dell’innovazione e da una spiritualità vaga e autoreferenziale che, dal punto di vista di un cattolico, solleva interrogativi gravi e inquietanti.
Jobs, spesso celebrato come genio e profeta del futuro, incarnò in realtà un paradigma esistenziale lontano dalla concezione cristiana dell’uomo, segnato da un sincretismo religioso che mescolava buddhismo zen, misticismo orientale e individualismo californiano, privo di un autentico riferimento alla verità rivelata, alla legge morale oggettiva e alla centralità di Dio.
La sua vita, raccontata come un’epopea di creatività e ribellione, appare piuttosto come l’esaltazione dell’ego, della volontà personale elevata a criterio ultimo, dove la “intuizione” sostituisce la sapienza, l’estetica prende il posto dell’etica e il successo mondano diventa misura del valore umano.
L’iPhone stesso, simbolo della sua eredità, può essere letto come uno strumento che ha accelerato la distrazione permanente, la dipendenza tecnologica e l’atomizzazione sociale, contribuendo a una cultura che allontana dal silenzio interiore, dalla preghiera e dalla contemplazione, elementi essenziali della vita spirituale cattolica.
In questa prospettiva, Steve Jobs non rappresenta un modello, ma un monito, perché la sua vicenda mostra come il talento, quando non è ordinato a Dio e al bene oggettivo, rischi di diventare veicolo di una modernità seducente ma spiritualmente sterile, capace di plasmare il mondo esteriore mentre lascia l’anima vuota, confermando che senza Cristo anche le più brillanti invenzioni restano incapaci di rispondere alle domande ultime dell’uomo.
