Ci sono notizie che non si leggono con distacco. Ti colpiscono allo stomaco e ti fanno stare male davvero. Non perché manchi la capacità di dialogo, ma perché davanti a certe cose la coscienza del credente si ribella.
Sapere che don Vitaliano Della Sala, sacerdote cattolico, ha proposto di inserire una Gesù Bambina nel presepe per sostenere il diaconato femminile lascia sgomenti. Perché qui non si sta parlando di simboli astratti, ma di Cristo stesso.
Non siamo davanti a una provocazione innocente né a una semplice trovata pastorale. Il velo si sta sollevando e ciò che appare è sempre più chiaro: si sta tentando di piegare Cristo alle categorie ideologiche del nostro tempo, riducendo l’Incarnazione a una questione di genere, come se il sesso con cui Gesù si è incarnato fosse un dettaglio modificabile. Ma non lo è. Cristo è nato uomo perché così era il piano di Dio, non per caso, non per cultura, non per convenzione storica.
Il Figlio di Dio si è incarnato come uomo perché l’Incarnazione non è un’idea da reinterpretare, ma un fatto storico e salvifico. Il maschile in Cristo non è un’opinione né un ostacolo da superare, ma parte della Rivelazione così come ci è stata consegnata. Metterlo in discussione per sostenere una battaglia ideologica significa svuotare il Mistero della sua verità e abbassare Dio alle nostre ossessioni.
Il presepe non è folklore, non è creatività personale, non è un laboratorio ideologico. È teologia viva. È il Verbo che si è fatto carne così come è avvenuto, secondo il disegno di Dio, non secondo le nostre agende. Alterarlo volutamente significa toccare il cuore della fede cristiana. Cambiare Gesù per sostenere una tesi non è profezia. È un abuso.
Mentre ci preoccupiamo di ciò che viene da fuori, stiamo ignorando le ferite che nascono dall’interno. Ci difendiamo dagli attacchi esterni, ma intanto ci stiamo autodistruggendo. Quello che sta accadendo ai cattolici in Europa è tristissimo: confusione, perdita del senso del sacro, perdita del timore di Dio, assuefazione allo scandalo.
Abbiamo dimenticato che questa vita è temporanea? Che moriremo e ci presenteremo davanti a Dio? Che dovremo rispondere di tutto ciò che facciamo, diciamo e insegniamo? Davvero pensiamo che riscrivere Cristo, piegarlo alle nostre categorie e usarlo come provocazione ideologica sia amore per Dio? Che questo sia amore per Gesù Cristo?
Non ho mai temuto gli attacchi dall’esterno, e non li temo neanche oggi. La Chiesa è nata perseguitata e ha sempre saputo resistere. Oggi però inizio ad avere timore di chi è “dei nostri”, di chi ferisce la fede cattolica dall’interno e lo fa senza rimorso, senza pentimento, senza timore di Dio. Perché quando il tradimento nasce dentro, la ferita è più profonda. E davanti a questo, tacere non è carità: è complicità.
Cristo non è una costruzione culturale né il prodotto delle nostre categorie. È il Nuovo Adamo (cfr. Rm 5), è lo Sposo che dona la vita per la sua Sposa, la Chiesa (cfr. Ef 5). Questo linguaggio non è poetico né opzionale: è biblico, rivelato, salvifico. Quando si tocca Cristo, non si apre un dibattito. Si mette mano al Mistero e davanti al Mistero non si inventa: si adora.
Zarish Imelda Neno

Questo prete andrebbe scomunicato,non c’è altro da dire e il diaconato femminile per me non dovrà mai essereci,leggetevi il vangelo attentamente senza interpretazioni alla moda,come per le benedizioni alle coppie dello stesso sesso,smettete di voler cambiare la Parola, Gesù stesso ha detto che non è venuto per cambiare ma per portare a compimento