Il 23 gennaio 1789, quando il Georgetown College di Washington venne fondato come primo college cattolico degli Stati Uniti, l’orizzonte che lo animava era quello di una sintesi alta tra fede, ragione e servizio al bene comune, un progetto educativo che traeva linfa dalla tradizione gesuitica e dalla dottrina sociale della Chiesa per formare coscienze rette, intelligenti e capaci di guidare una giovane nazione con prudenza e virtù, e proprio per questo la parabola degli ultimi decenni appare tanto più drammatica, perché l’istituzione che avrebbe dovuto custodire e trasmettere un patrimonio spirituale e morale si è progressivamente allineata alle mode ideologiche del tempo, fino a farsi laboratorio di una visione antropologica che contraddice apertamente l’insegnamento cattolico, in particolare con l’adozione e la promozione dell’ideologia gender che separa identità e corpo, natura e significato, riducendo la persona a un costrutto fluido e autodeterminato.
Ciò che un tempo era una universitas ordinata alla verità si è trasformato in un campus dove il linguaggio della “inclusione” diventa spesso una clava per silenziare ogni dissenso, dove programmi accademici e policy amministrative impongono pronomi, codici di condotta e percorsi formativi che presuppongono come dogma ciò che è invece una tesi controversa, e dove studenti e docenti che osano richiamare l’antropologia cristiana o anche solo la biologia elementare rischiano stigmatizzazione e marginalizzazione, creando un clima di conformismo ideologico che tradisce lo spirito critico che un’università dovrebbe coltivare
Il paradosso è che, nel nome di una presunta giustizia, si finisce per negare la giustizia più profonda, quella dovuta alla verità sull’uomo e sulla donna, e così un’istituzione nata per servire Cristo e la Chiesa sembra oggi più sollecita nel compiacere i tribunali dell’opinione pubblica e i finanziatori sensibili alle agende identitarie che nel rendere conto al suo fondamento spirituale, mentre cappellanie e simboli religiosi vengono relegati a ornamenti e non a sorgenti vive di orientamento culturale.
Questa deriva non è soltanto un problema interno a Georgetown, ma un segno di una più ampia crisi delle università cattoliche negli Stati Uniti, chiamate per nome ma spesso svuotate di sostanza, dove l’etichetta “cattolica” resta mentre il contenuto si diluisce in un pluralismo che, in realtà, tollera tutto tranne l’affermazione pubblica di una verità normativa, e così l’ideologia gender diventa una nuova ortodossia secolare che sostituisce la fede, esige adesione rituale e punisce l’eresia, mentre la memoria del 1789 e dei gesuiti che sognavano una scuola capace di elevare le anime viene evocata solo nei discorsi celebrativi; se davvero si volesse onorare quell’origine, occorrerebbe il coraggio di riaprire il dibattito sulla natura umana, sulla dignità della differenza sessuale, sulla libertà accademica autentica che non teme il confronto con la tradizione, e di riconoscere che l’università non è un campo di addestramento ideologico ma un luogo di ricerca della verità, perché solo così Georgetown potrebbe tornare a essere, non semplicemente il primo college cattolico per cronologia, ma il primo per fedeltà a ciò che quella parola, “cattolico”, significa.
