L’intervento di Mario Draghi davanti ai leader dell’Unione europea, con la sua esortazione ad “agire urgente” di fronte al deterioramento del contesto economico, appare ora sotto una luce paradossale: è difficile dissociare il tono concitato delle sue parole dal percorso che lo ha portato, prima come governatore della Banca d’Italia, poi come presidente della Banca centrale europea e infine come presidente del Consiglio dei ministri in Italia, ad essere indiscusso protagonista delle scelte economiche e politiche degli ultimi decenni.
Se oggi l’Unione europea e l’Italia guardano al precipizio di una stagnazione prolungata, all’aumento delle disuguaglianze, alla fragilità delle catene produttive e alle crescenti tensioni sociali, la colpa è anche di Mario Draghi e delle sue scelte che hanno contribuito a creare le condizioni di rischio che ora lui stesso invoca.
Draghi è stato a lungo venerato come l’“uomo che ha salvato l’euro”, formula che semplifica e mitizza decisioni complesse come il famoso “whatever it takes” della BCE.
Dietro lo slogan, tuttavia, c’è una strategia di politica monetaria che ha mantenuto tassi ultra-bassi e un’espansione massiccia del bilancio della BCE per quasi un decennio.
È indubbio che quella politica abbia evitato un collasso finanziario immediato durante la crisi del debito sovrano europeo. Ma la domanda che molti critici pongono è un’altra: a quale prezzo strutturale?
Tassi così bassi per così tanto tempo non hanno solo evitato il peggio, ma hanno alterato profondamente l’allocazione del capitale, incentivato l’indebitamento privato e pubblico e creato bolle finanziarie nei mercati immobiliari e azionari, con benefici concentrati soprattutto tra chi già possedeva ricchezza.
Questa politica monetaria, nelle intenzioni difesa come emergenziale, è stata prolungata finché la politica fiscale europea non ha saputo colmare il vuoto.
Quando poi Draghi è passato dalla BCE alla guida del governo italiano, ha portato con sé una visione di rigore e stabilità che, nella pratica, si è tradotta in un approccio alla crescita basato su grandi piani di investimento incentivati da fondi europei, dalla Next Generation EU in avanti, ma con un’intensa enfasi sulla disciplina di bilancio.
In questo contesto, l’Italia ha vissuto un periodo in cui la combinazione tra crescita molto lenta, debito pubblico alto, e modesti incrementi di produttività ha lasciato vaste fasce della popolazione incerte sul futuro.
Le riforme strutturali promesse sono state spesso annunciate più che realizzate, lasciando in eredità una sensazione di modernizzazione incompiuta.
Quando Draghi parla ora della necessità di ridurre le barriere nel Mercato unico o di mobilitare il risparmio europeo verso investimenti produttivi è inevitabile ricordare che proprio a lui si può imputare in larga parte una visione economica che ha privilegiato stabilità finanziaria e rigore contabile a scapito di un approccio più audace alla trasformazione industriale, alla tutela dell’occupazione e alla coesione sociale.
Le misure di austerità o di controllo della spesa pubblica, applicate in differenti epoche e sotto differenti ruoli, hanno contribuito a una crescita mediocre in molte economie europee, Italia inclusa.
Critici di diverso orientamento politico ed economico hanno fatto notare che, mentre la BCE guidata da Draghi ha spinto la monetizzazione del debito e l’espansione del credito, le politiche fiscali degli Stati membri non sono riuscite a capitalizzare pienamente su queste condizioni.
La responsabilità non è esclusiva della sola figura di Draghi, certo, ma come protagonista di primo piano delle istituzioni che hanno modellato l’architettura economica europea negli ultimi vent’anni, il suo ruolo non può essere liquidato con semplici onorificenze.
In Italia, in particolare, Draghi ha incarnato un approccio di governo “tecnico” che ha sottovalutato la dimensione sociale delle politiche economiche.
Le riforme proposte per modernizzare il mercato del lavoro, semplificare la burocrazia o spingere l’innovazione, sono state spesso accolte con resistenze e lentezze istituzionali, ma la visione dominante resta quella di una leadership che mira più alla conformità ai parametri europei che a una vera rivoluzione strutturale delle dinamiche produttive italiane.
Il frangente attuale, quindi, è anche il risultato di anni in cui politiche di gestione della crisi si sono trasformate in paradigmi di azione permanente. È legittimo chiedersi se, piuttosto che mitigare un problema contingente, alcune scelte strategiche abbiano cementificato una stagnazione mascherata da stabilità.
L’appello di Draghi all’azione urgente non può cancellare la necessità di una seria autovalutazione sulle scelte che ci hanno condotti qui.
