Il 24 febbraio 1989 il leader iraniano Ruhollah Khomeyni emise una fatwā contro lo scrittore indo-britannico Salman Rushdie, autore del romanzo I versi satanici.
Con quell’atto, che invocava la condanna a morte per un’opera letteraria ritenuta blasfema, si aprì una delle pagine più drammatiche del conflitto tra libertà di espressione e integralismo religioso nella storia contemporanea.
Non fu soltanto una controversia teologica o culturale: fu un atto politico, una dichiarazione di guerra contro il principio stesso che un autore possa esplorare, reinterpretare, criticare simboli e narrazioni religiose senza temere la violenza.
L’integralismo islamico nasce dalla pretesa di possedere in modo esclusivo e totalizzante la verità, e di poterla imporre con la forza. Esso non si limita a proporre una visione del mondo: la pretende come unica legittima, negando spazio al dubbio, alla pluralità, al confronto.
In questo quadro, la religione non è più un cammino spirituale, ma un’ideologia armata. La fede, che dovrebbe essere adesione libera e personale, diventa strumento di controllo e di intimidazione.
Il caso Rushdie ha mostrato con brutalità quanto possa essere pericolosa la fusione tra autorità religiosa e potere politico quando viene meno ogni rispetto per la libertà dell’altro.
È necessario distinguere con chiarezza tra l’islam come religione, professata pacificamente da centinaia di milioni di credenti nel mondo, e l’integralismo islamico, che ne rappresenta una deformazione ideologica.
L’integralismo non coincide con la fede; è una sua radicalizzazione politica che rifiuta la modernità, il pluralismo e i diritti fondamentali. Dove prevale, soffocano la libertà di stampa, la libertà accademica, la libertà artistica e spesso anche la libertà religiosa delle minoranze, incluse quelle musulmane che interpretano diversamente la propria tradizione.
L’atto del 24 febbraio 1989 ebbe conseguenze globali: traduttori e editori furono minacciati, alcuni aggrediti, altri uccisi. Librerie furono attaccate. Un romanzo divenne il pretesto per una spirale di violenza che travalicò confini e culture.
Ciò dimostra come l’integralismo non si limiti alla sfera privata della convinzione religiosa, ma aspiri a esercitare un controllo extraterritoriale, pretendendo di punire ovunque chiunque osi criticare o reinterpretare determinati contenuti sacri.
La condanna dell’integralismo islamico non è un atto di ostilità verso un popolo o verso una religione. È, al contrario, una difesa della dignità della persona umana. Ogni essere umano ha diritto di credere o non credere, di scrivere, di discutere, di porre domande.
Quando un’autorità religiosa decreta la morte di uno scrittore per un’opera di fantasia, si nega il principio stesso della convivenza civile. Si afferma che l’offesa percepita giustifichi l’eliminazione fisica dell’autore. È una logica che, se accettata, distrugge ogni spazio di dialogo.
In molte società a maggioranza musulmana esistono correnti riformiste, intellettuali coraggiosi, credenti che rivendicano una lettura spirituale e non violenta dei testi sacri.
L’integralismo, tuttavia, tende a soffocare queste voci, accusandole di tradimento o apostasia. Così si crea un clima di paura che non colpisce soltanto gli “esterni”, ma innanzitutto i musulmani stessi che desiderano una fede compatibile con i diritti umani e con le istituzioni democratiche.
La libertà di espressione non è un valore occidentale da opporre ad altre culture; è un diritto umano universale. Essa non implica l’assenza di responsabilità o di rispetto, ma esclude categoricamente la violenza come risposta alle idee. In una società matura, un libro che offende può essere criticato, contestato, ignorato. Può essere oggetto di dibattito acceso. Ma non può essere motivo di condanna a morte. L’integralismo islamico, invece, sostituisce l’argomentazione con la minaccia, il confronto con la repressione.
L’episodio legato a Rushdie rappresenta anche un monito per le democrazie: la libertà non è mai acquisita una volta per tutte. Richiede vigilanza, coraggio, solidarietà verso chi è colpito. Se di fronte alle minacce si cede per paura, si legittima la logica dell’intimidazione. Difendere uno scrittore minacciato non significa approvare ogni sua parola, ma affermare che nessuna parola giustifica la violenza.
L’integralismo islamico prospera laddove vi sono frustrazioni sociali, conflitti geopolitici, manipolazioni politiche della religione. Combatterlo non significa soltanto denunciarne l’ideologia, ma anche promuovere istruzione, sviluppo, dialogo interreligioso autentico. Significa sostenere le forze interne alle società musulmane che lottano per uno Stato di diritto, per l’uguaglianza tra uomini e donne, per la libertà di coscienza.
La fatwā del 1989 resta un simbolo potente di ciò che accade quando la religione viene trasformata in arma politica. Condannare l’integralismo islamico significa affermare con forza che nessuna fede può giustificare l’assassinio, la persecuzione o la censura violenta. Significa difendere l’idea che la verità, se è tale, non teme il confronto, ma si afferma nella libertà. Solo in un mondo in cui le idee si combattono con le idee, e non con le armi, può esistere una convivenza realmente umana e pacifica.
