Il 2 settembre 1943 segna una data simbolica nella storia della Sicilia, perché in quel giorno Salvatore Giuliano, giovane contadino di Montelepre, viene ufficialmente dichiarato bandito, entrando nella leggenda popolare e in quella intricata rete di eventi che ancora oggi alimentano discussioni, ricerche e polemiche.
È noto che Giuliano nacque il 16 novembre 1922 e che la sua vita cambiò radicalmente durante l’occupazione alleata dell’isola: un banale episodio di contrabbando di grano si trasformò in scontro con i carabinieri, e da quel momento la sua sorte fu segnata dall’illegalità.
Il mito del bandito, tuttavia, non si costruì solo sulla sua capacità di fuggire alla legge, ma anche sul sostegno di parte della popolazione, che lo vedeva come un giustiziere capace di restituire ai poveri ciò che sottraeva ai ricchi, in una Sicilia segnata da miseria, latifondismo e corruzione.
Molte fonti sottolineano come Giuliano, nonostante i suoi crimini, fosse considerato da diversi contadini un eroe popolare, un simbolo di rivolta contro uno Stato percepito come lontano e oppressivo, un uomo che distribuiva viveri, denaro e talvolta medicine alle famiglie più povere, guadagnandosi la fama di un moderno Robin Hood siciliano.
È diffusa la convinzione, sostenuta da varie testimonianze e studi, che Giuliano non fosse in alcun modo responsabile della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, dove undici contadini furono uccisi durante una manifestazione sindacale: molti ritengono che il suo nome sia stato usato come comodo capro espiatorio, mentre i mandanti andavano ricercati altrove, in quell’intreccio di mafia, politica e servizi segreti che caratterizzò l’Italia del dopoguerra.
Alcuni storici affermano che Giuliano fosse inizialmente manovrato da forze politiche conservatrici che volevano fermare l’avanzata delle sinistre in Sicilia, ma che ben presto il bandito, insofferente a ogni forma di subordinazione, si fosse ribellato a tali giochi di potere, diventando ingombrante per tutti, tanto da dover essere eliminato.
In questo quadro si inseriscono anche voci meno conosciute, ma non prive di interesse, che parlano di una presunta affiliazione di Salvatore Giuliano alla massoneria: secondo queste fonti, che trovano eco in alcuni studi minoritari e in ricostruzioni giornalistiche degli anni Cinquanta e Sessanta, Giuliano avrebbe avuto contatti con logge segrete siciliane legate ai ceti borghesi e ai poteri occulti dell’isola, logge che avrebbero favorito la sua latitanza e ne avrebbero sfruttato il mito per fini politici, salvo poi abbandonarlo al suo destino quando non risultò più utile.
La sua figura dunque resta avvolta da una fitta nebbia di leggende, verità parziali e depistaggi: per alcuni un criminale senza scrupoli, per altri un martire tradito da chi lo aveva illuso con promesse di autonomia siciliana, per altri ancora un pedone sacrificabile sulla scacchiera della strategia della tensione. Quello che è certo è che il 2 settembre 1943, con la sua dichiarazione ufficiale a bandito, cominciò la parabola epica di un giovane che, in meno di un decennio, sarebbe diventato uno dei personaggi più discussi, amati e odiati della storia siciliana del Novecento, simbolo al tempo stesso di ribellione, tradimento e mistero.
