Il 19 novembre 1969, quando l’agente di polizia Antonio Annarumma cadde durante una manifestazione a Milano, l’Italia entrò senza saperlo in una stagione che avrebbe inciso profondamente sulla sua storia repubblicana: gli anni di piombo.
La sua morte, avvenuta in un clima già gravido di tensioni sociali e politiche, rappresentò simbolicamente l’inizio di un periodo in cui la contrapposizione ideologica degenerò in violenza diffusa, trasformando piazze, università, fabbriche e strade in teatri di scontro permanente.
A sinistra come a destra, gruppi estremisti imboccarono la strada dell’azione armata, convinti – ciascuno nel proprio delirio politico – che solo la forza potesse abbattere un sistema considerato oppressivo.
Ma nel mosaico complesso della violenza di quegli anni, le organizzazioni rivoluzionarie di ispirazione marxista-leninista ebbero un ruolo predominante per durata, capillarità e intensità degli attacchi: dalle Brigate Rosse a Prima Linea, dai Comitati Comunisti Rivoluzionari ai Nuclei Armati Proletari, una galassia che si nutrì del mito della “guerra al cuore dello Stato”, colpendo magistrati, giornalisti, docenti universitari, dirigenti d’azienda, sindacalisti e semplici agenti.
Nell’escalation che seguì, lo Stato si ritrovò sotto una pressione senza precedenti, mentre la società civile oscillava tra paura, indignazione e una resistenza democratica che, nonostante tutto, non cedette mai del tutto alla spirale della violenza.
Ma per comprendere davvero quel periodo è necessario ricordare che nulla nacque dal nulla: il Sessantotto, le tensioni sociali, le lotte operaie, le repressioni, le infiltrazioni di servizi deviati e le strategie della tensione crearono un terreno fertile in cui una minoranza estremista prese a giustificare il terrorismo come prosecuzione della politica.
La morte di Annarumma fu un primo, tragico segnale di un conflitto che si sarebbe protratto per oltre un decennio, mietendo centinaia di vittime e lasciando ferite profonde, non solo nei corpi di chi perse la vita, ma nella memoria collettiva di un Paese che dovette imparare troppo lentamente quanto fragile possa essere la democrazia quando l’odio ideologico sostituisce il dialogo.
Ricordare oggi Annarumma e tutte le vittime degli anni di piombo non è solo un dovere civile: significa riaffermare la scelta della non violenza come unico strumento di cambiamento, respingendo ogni forma di estremismo che pretenda di riscrivere la storia con le armi, e mantenendo viva la consapevolezza che le libertà democratiche, se non difese quotidianamente, possono essere facilmente travolte da chi crede che la forza sia più potente della parola.
Giuseppe Canisio
