Nel contesto della guerra che da anni lacera il Medio Oriente e, in particolare, il conflitto tra Israele e la Striscia di Gaza, le percezioni che le rispettive società hanno dell’altro lato e della guerra stessa sono profondamente radicate in esperienze storiche, traumi collettivi, propaganda e vissuti quotidiani.
Nella società palestinese di Gaza, la guerra viene vista come una condizione quasi permanente, una realtà in cui generazioni sono cresciute conoscendo soltanto blocchi economici, bombardamenti ciclici e distruzione.
L’opinione pubblica è fortemente segnata da un senso di oppressione, di isolamento e di abbandono da parte della comunità internazionale.
Molti a Gaza vedono nella resistenza, anche armata e spesso terroristica, non solo un diritto ma un dovere morale contro ciò che percepiscono come un’occupazione coloniale, sistemica e brutale.
La narrazione prevalente è quella di una popolazione sotto assedio, con un’intera società punita collettivamente per l’esistenza di gruppi armati, e l’identificazione tra popolo e militanza nasce anche dal fatto che non esistono rifugi antiaerei, vie di fuga o protezioni reali per i civili.
All’opposto, la società israeliana, che vive a sua volta in uno stato di allerta permanente, interpreta la guerra come una questione esistenziale, una lotta per la sopravvivenza del popolo ebraico in una regione ostile.
Gli attacchi provenienti da Gaza, in particolare i razzi lanciati contro le città israeliane, sono percepiti come atti terroristici deliberatamente rivolti contro civili innocenti, per non parlare dei terribili fatti del 7 Ottobre e dei rapimenti dei civili israeliani ad opera dei terroristi islamici di Hamas.
La popolazione israeliana, pur con voci critiche interne nei confronti del premier settantacinquenne Benjamin Netanyahu, tende a sostenere le operazioni militari come difesa necessaria e legittima, sostenuta da un apparato statale potente che comunica il dovere di proteggere la popolazione con ogni mezzo.
Molti israeliani vedono Hamas non solo come un nemico politico, ma come un’organizzazione fondamentalista che usa la propria gente come scudi umani e che rifiuta qualunque forma di coesistenza.
Tuttavia, all’interno di entrambe le società, esistono anche minoranze che rifiutano le logiche della violenza e chiedono un futuro diverso, fatto di dialogo e riconoscimento reciproco, ma sono spesso marginalizzate o accusate di tradimento.
La società israeliana, in larga parte, si identifica con lo Stato, con le sue Forze di Difesa e con una narrativa che pone Israele come baluardo della democrazia occidentale in un mare di barbarie, mentre quella gazawi si percepisce come l’ultimo avamposto di una resistenza eroica contro l’ingiustizia storica della Nakba e della segregazione.
Così, la guerra non è solo un evento militare, ma una costruzione identitaria reciproca: per molti israeliani, l’esistenza di Gaza è un ricordo costante del pericolo; per molti gazawi, Israele è la fonte principale del dolore e della privazione.
Entrambe le società, martoriate dalla paura e dalla sofferenza, vedono nell’altro una minaccia esistenziale, e in questo quadro l’empatia diventa sempre più rara, mentre cresce l’odio, alimentato da decenni di sangue, di propaganda e di assenza di giustizia.
