La notizia della morte improvvisa di Diogo Jota, attaccante del Liverpool e della nazionale portoghese, morto in un tragico incidente stradale assieme al fratello, ha scosso profondamente il mondo del calcio e non solo. Giovane, talentuoso, nel pieno della sua carriera, Jota rappresentava per molti l’immagine della riuscita e del successo sportivo.
Oggi, dinanzi al mistero della morte, ogni gloria terrena si dissolve come nebbia, e ciò che rimane è l’interrogativo più antico del mondo: che cos’è l’uomo, se non un pellegrino verso l’eternità? I cattolici sanno che la morte è la porta stretta che introduce alla vera patria, il cielo, oppure – Dio non voglia – all’eterna separazione da Lui.

Diogo Jota era noto per la sua fede cattolica, che professava pubblicamente. Nonostante la sua fama sportiva, ha sempre mantenuto un forte legame con la religione cattolica. Si descriveva come un praticante, e spesso condivideva pubblicamente il suo percorso di fede.
Ma quanti altri calciatori, in un’epoca che idolatra il corpo, il denaro, la popolarità e la vanità del successo mondano, si disinteressano di Dio? Ecco, ci auguriamo che la tragica fine del cattolico Diogo Jota sia un monito, memento salutare che grida più forte di mille omelie: “Ricordatevi, calciatori, siete polvere e in polvere ritornerete”. Non basta allenarsi, non basta vincere trofei, non basta l’applauso degli stadi: bisogna essere figli di Dio uniti a Lui. La vita è breve, l’eternità è lunga. Convertiamoci tutti finché c’è tempo!
