La storia della Palestina dall’Ottocento ai nostri giorni è segnata da trasformazioni politiche, sociali e demografiche che hanno coinvolto imperi, potenze coloniali e comunità locali, fino a diventare uno dei nodi geopolitici più complessi del mondo contemporaneo.
A metà del XIX secolo, la regione storicamente conosciuta come Palestina faceva parte dell’Impero Ottomano. Era un’area prevalentemente agricola, abitata in maggioranza da popolazioni arabe di fede musulmana, con minoranze cristiane ed ebraiche radicate da secoli. A partire dagli anni ’80 dell’Ottocento, iniziò a crescere l’immigrazione ebraica, alimentata dal movimento sionista nato in Europa orientale e centrale, che vedeva nel ritorno in Terra d’Israele un obiettivo culturale e politico. Parallelamente, la presenza ebraica storica in città come Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade si manteneva viva.
Durante la Prima guerra mondiale, l’Impero Ottomano crollò. La Palestina passò sotto il controllo britannico in seguito alla conquista del 1917. La Dichiarazione Balfour di quello stesso anno, con cui il governo britannico esprimeva sostegno alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina, segnò un punto di svolta. Negli anni successivi, durante il Mandato britannico (1920-1948), l’immigrazione ebraica aumentò, favorita anche dall’ascesa dell’antisemitismo in Europa. Questo fenomeno portò a tensioni crescenti con la popolazione araba palestinese, che vedeva mutare il proprio equilibrio demografico ed economico.
Il decennio del 1930 fu segnato da rivolte arabe contro il dominio britannico e l’immigrazione ebraica, mentre le organizzazioni ebraiche sviluppavano strutture politiche e paramilitari. Il Libro Bianco del 1939, con cui Londra impose limiti all’immigrazione ebraica, suscitò contrasti sia tra gli ebrei sia tra gli arabi, rimanendo inapplicato in larga parte a causa della Shoah e dell’arrivo di profughi ebrei dopo la Seconda guerra mondiale.
Nel 1947 le Nazioni Unite approvarono un piano di spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto amministrazione internazionale. Il piano fu accettato dalle leadership sioniste e respinto dalla maggioranza araba palestinese e dagli Stati arabi vicini. Nel 1948, alla proclamazione dello Stato di Israele seguì una guerra con gli Stati arabi confinanti. Alla fine del conflitto, Israele controllava un territorio più ampio di quello previsto dal piano ONU; la Cisgiordania passò sotto controllo giordano e la Striscia di Gaza sotto quello egiziano. Centinaia di migliaia di palestinesi lasciarono le proprie case o furono sfollati, mentre molti ebrei dei Paesi arabi si trasferirono in Israele.
Per quasi due decenni la linea dell’armistizio separò Israele da Egitto, Giordania, Siria e Libano. In questo periodo, la questione dei rifugiati palestinesi rimase irrisolta. La tensione sfociò nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, in cui Israele conquistò la Cisgiordania, Gaza, il Sinai e le Alture del Golan. Da allora, la Cisgiordania e Gaza rimasero sotto occupazione militare israeliana, mentre il Sinai fu restituito all’Egitto nel 1982.
La nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1964 diede voce a un movimento politico e armato palestinese, che negli anni ’70 entrò in conflitto con Israele e con alcuni Paesi arabi. Nel 1993, gli Accordi di Oslo tra Israele e OLP portarono al riconoscimento reciproco e alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, con un’autonomia limitata in parte della Cisgiordania e di Gaza. Tuttavia, questioni cruciali come Gerusalemme, i rifugiati, i confini e gli insediamenti rimasero irrisolte.
L’inizio del nuovo millennio fu segnato dalla Seconda Intifada (2000-2005), con un aumento di violenze e vittime da entrambe le parti. Nel 2005 Israele si ritirò unilateralmente da Gaza, che due anni dopo passò sotto il controllo di Hamas. Da allora, la Striscia è stata teatro di ripetuti conflitti armati con Israele, mentre la Cisgiordania è rimasta frammentata tra aree sotto controllo dell’Autorità Palestinese e aree sotto controllo israeliano.
Prima del 7 ottobre 2023 la situazione vedeva una realtà politica divisa tra Cisgiordania e Gaza, un processo di pace fermo da anni e una popolazione – israeliana e palestinese – che viveva in un contesto di tensione, diffidenza e cicliche esplosioni di violenza. La comunità internazionale continuava a discutere possibili soluzioni, senza che si è era mai arrivati ad un accordo definitivo.
Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato un massiccio attacco su larga scala contro Israele, con missili e incursioni armate, causando un numero stimato di circa 1.200 vittime israeliane e il rapimento di circa 250 ostaggi. Tra le tragedie dell’attacco, quella al Nova Music Festival rappresenta uno degli episodi più drammatici.
Così Israele ha dichiarato guerra ed ha avviato bombardamenti e una mobilitazione di quasi 300.000 riservisti, ordinando evacuazioni urgenti nel nord della Striscia di Gaza.
È seguita un’offensiva terrestre a fine ottobre e l’inizio di una delle campagne militari più distruttive della regione.
Il 24 novembre 2023 è stato raggiunto un primo cessate-il-fuoco mediato dal Qatar, con scambi di ostaggi e prigionieri.
Successivamente tra luglio e settembre 2024, Israele ha lanciato una nuova offensiva concentrata su Rafah e Khan Yunis.
Il 14 ottobre 2024, un attacco aereo israeliano ha colpito il complesso dell’ospedale Shuhada al-Aqsa a Deir el-Balah, provocando morti e feriti, e suscitando preoccupazione internazionale.
Parallelamente, l’offensiva contribuì a gravi danni alla rete culturale e storica di Gaza: musei, siti, edifici storici e strutture pubbliche furono distrutti o danneggiati, insieme al patrimonio immateriale.
A gennaio 2025 entrò in vigore un cessate-il-fuoco, con una temporanea stabilizzazione nello scenario bellico.
Tuttavia, a marzo 2025 Israele ha ripreso un’ampia offensiva in varie aree, incluso Gaza City, Khan Yunis e Rafah.
Da maggio 2025 è in corso una nuova offensiva israeliana su larga scala nella Striscia di Gaza e la crisi umanitaria si aggrava rapidamente.
Da qualche giorno il Gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato un’operazione per assumere il controllo totale di Gaza City, con possibili massicce evacuazioni di civili e l’instaurazione di una nuova amministrazione non legata né ad Hamas né all’Autorità Palestinese.
L’IDF (esercito israeliano) ha avvertito che l’operazione potrebbe compromettere gli ostaggi rimasti e stremare le forze armate.
Le proteste interne si intensificano: decine di migliaia di israeliani manifestano a Tel Aviv chiedendo un accordo con Hamas e la liberazione degli ostaggi.
Lo scenario umanitario peggiora: si registrano gravi carenze di carburante, cibo, medicine ed emergono casi di malnutrizione e fame, specialmente tra i bambini.
Il coinvolgimento internazionale continua: l’inviato statunitense Steve Witkoff si è incontrato con il Primo Ministro del Qatar a Ibiza per tentare di far ripartire negoziati per un cessate-il-fuoco.
