La notizia del 2 gennaio 1872, quando Brigham Young venne arrestato per poligamia con venticinque mogli, è più di una curiosità storica: è uno specchio che riflette una pratica antica e persistente, capace di sopravvivere travestendosi da tradizione, religione o diritto consuetudinario, ma che in realtà continua a produrre disuguaglianza, sofferenza e negazione della dignità individuale, perché la poligamia non è mai un innocuo “stile di vita”, bensì un sistema di potere che concentra privilegi in poche mani maschili e frammenta la vita affettiva e giuridica delle donne, ridotte a numeri, ruoli intercambiabili o risorse da amministrare.
Il caso di Young dimostra come anche in contesti che si proclamavano religiosamente ispirati e moralmente superiori la poligamia sia stata usata per giustificare l’accumulo di corpi e obbedienze, fino a scontrarsi con la legge civile e con un’idea moderna di uguaglianza, e questo stesso schema si ritrova, con varianti culturali e normative, in altri contesti dove la poligamia è ancora tollerata o legalizzata.
In particolare, la poligamia islamica, così come prevista e praticata in alcuni ordinamenti che si richiamano all’Islam, merita una critica ferma e senza ambiguità perché il modello che consente a un uomo di avere più mogli, subordinandolo a condizioni teoriche di equità quasi impossibili da realizzare, sancisce comunque un’asimmetria strutturale tra i sessi, legittima una gerarchia affettiva e giuridica e normalizza l’idea che l’uomo abbia diritti relazionali moltiplicabili mentre la donna resti confinata alla monogamia e alla dipendenza.
La difesa della poligamia come istituto “protettivo” o “caritatevole” è una retorica che crolla di fronte ai dati sociali e alle testimonianze di chi vive in famiglie poliginiche, dove la competizione, l’insicurezza economica, la disparità nell’accesso all’eredità e la marginalizzazione emotiva sono tutt’altro che eccezioni, e dove l’autonomia femminile viene sacrificata sull’altare di un ordine perverso presentato come sacro.
Invocare la religione per perpetuare una pratica che viola il principio di pari dignità significa trasformare la fede in uno scudo contro il progresso morale e giuridico.
Condannare la poligamia non è un attacco identitario ma una presa di posizione a favore dei diritti umani, della reciprocità nelle relazioni e di una concezione dell’amore e del matrimonio come patto tra eguali.
La libertà religiosa non può diventare il paravento dietro cui si perpetuano diseguaglianze che il mondo moderno ha il dovere di superare.
