Il 5 gennaio 1886, con la pubblicazione de “Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde”, Robert Louis Stevenson consegnò alla modernità una delle metafore più potenti e durature della doppiezza morale, dell’ipocrisia sociale e della scissione interiore che attraversa l’uomo e, per estensione, le comunità politiche e gli Stati, perché Jekyll e Hyde non sono soltanto due volti di una stessa anima individuale ma diventano, a distanza di quasi un secolo e mezzo, la chiave di lettura più efficace per comprendere la schizofrenia della politica internazionale contemporanea, dove governi e alleanze si presentano come paladini di valori universali – diritti umani, legalità internazionale, pace, autodeterminazione – salvo poi agire, nelle pieghe del potere reale, secondo logiche di forza, interesse economico, dominio strategico e cinico opportunismo.
Come il rispettabile dottor Jekyll, la diplomazia ufficiale indossa il volto rassicurante della retorica morale, parla il linguaggio delle dichiarazioni solenni, dei summit multilaterali e delle risoluzioni, mentre nel laboratorio nascosto delle decisioni operative emerge Mr. Hyde, brutale e sfrontato, che tollera guerre per procura, sanzioni selettive, violazioni del diritto internazionale giustificate come “necessarie”, alleanze con regimi che si condannerebbero senza esitazione se appartenessero al campo avverso.
Stevenson aveva intuito che il vero orrore non risiede nella mostruosità in sé, ma nel fatto che essa non è esterna all’uomo rispettabile bensì ne è una secrezione, una conseguenza diretta, e lo stesso vale oggi per le grandi potenze che non sono tradite dai propri principi, ma li sospendono consapevolmente quando diventano un ostacolo all’egemonia, mostrando così che Hyde non è un incidente ma una funzione strutturale del potere.
La politica internazionale contemporanea è un ballo in maschera dove gli Stati accusano negli altri ciò che praticano essi stessi, condannano invasioni mentre ne giustificano altre, invocano la sovranità quando conviene e la calpestano quando intralcia, difendono la libertà di espressione finché non minaccia l’ordine interno o gli equilibri geopolitici, e in questa coreografia ipocrita il cittadino globale assiste come il narratore stevensoniano, percependo che qualcosa non torna, che dietro il volto levigato di Jekyll si muove l’ombra deformata di Hyde.
Il capolavoro di Stevenson ci ricorda anche che la separazione artificiale tra bene e male non elimina il conflitto ma lo radicalizza, e allo stesso modo le politiche estere che pretendono di incarnare il Bene assoluto finiscono per legittimare le peggiori violenze in nome di una superiorità morale autoattribuita, trasformando la lotta politica in una crociata permanente.
In definitiva, “Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde” non è soltanto un romanzo gotico o psicologico, ma un ammonimento sempre attuale: finché le nazioni non riconosceranno il proprio Hyde, finché continueranno a proiettarlo sugli avversari senza assumerne la responsabilità, la politica internazionale resterà prigioniera di questa scissione patologica, oscillando tra proclami di civiltà e pratiche di barbarie, tra la luce abbagliante del discorso pubblico e l’oscurità densa delle decisioni reali, in un dramma che Stevenson aveva già messo in scena con lucidità profetica nel cuore dell’età vittoriana.
