Ancora una volta, la Cina ha dimostrato tutta la sua abilità nell’arte della propaganda e del capovolgimento della realtà, presentandosi sul palcoscenico delle Nazioni Unite come paladina dei “diritti riproduttivi”, mentre nella sua stessa storia recente e persino nel presente resta marchiata da una delle più brutali violazioni dei diritti umani che il mondo contemporaneo abbia conosciuto: la politica del figlio unico, gli aborti forzati, le sterilizzazioni coatte, la persecuzione implacabile di milioni di famiglie ridotte a pedine sacrificabili di un ingegnerismo sociale mostruoso.
Sentire il rappresentante di Pechino accusare gli Stati Uniti di “negare i diritti delle donne” perché l’amministrazione Trump ha tagliato i fondi al Fondo di Popolazione delle Nazioni Unite equivale a un esercizio di ipocrisia che rasenta il grottesco.
La Cina, che per decenni ha imposto alle donne di sopprimere i propri figli sotto minaccia di multe rovinose, licenziamenti o addirittura violenze fisiche, pretende ora di impartire lezioni morali al resto del mondo: un insulto non solo alla verità, ma anche alla memoria delle innumerevoli vittime di quelle politiche disumane.
La denuncia americana è invece chiara e inconfutabile: i programmi coercitivi cinesi hanno prodotto milioni di aborti forzati, mutilazioni fisiche permanenti, intere generazioni segnate dal trauma di vite spezzate prima ancora di nascere.
Il ritiro dei fondi da parte degli Stati Uniti non è soltanto legittimo, ma moralmente doveroso: nessuna nazione che si dica rispettosa della dignità umana può finanziare indirettamente organismi che collaborano con un apparato statale responsabile di tali barbarie.
È paradossale che le Nazioni Unite, nate per proteggere i più vulnerabili, si pieghino invece al potere della seconda economia mondiale, continuando a destinare risorse miliardarie a un Paese che non ha certo bisogno di assistenza economica, ma che sfrutta i canali internazionali per consolidare la propria agenda geopolitica.
La pretesa di Pechino di presentarsi come “membro naturale del Sud Globale” è un altro colossale artificio retorico: la Cina non è un Paese povero da sostenere, ma una superpotenza che investe in portaerei e programmi spaziali mentre accetta senza vergogna sovvenzioni sotto forma di “aiuti allo sviluppo”.
Ogni dollaro destinato a Pechino è un dollaro sottratto a nazioni che lottano realmente per sopravvivere e che avrebbero bisogno del sostegno della comunità internazionale.
In questo senso, la denuncia della delegazione americana coglie nel segno: la comunità delle Nazioni Unite sta finanziando non la solidarietà globale, ma la macchina propagandistica di una potenza autoritaria che calpesta quotidianamente le libertà fondamentali dei suoi cittadini.
Non meno scandaloso è stato il comportamento della maggioranza dei Paesi rappresentati nella Giunta Esecutiva dell’ONU: con 34 voti su 35, si sono schierati a favore della Cina e contro gli Stati Uniti, tradendo così non solo la propria missione istituzionale, ma anche la logica più elementare della giustizia.
È la fotografia fedele di un organismo internazionale che, sempre più spesso, cede alle pressioni delle potenze autoritarie, sacrificando sull’altare del consenso politico le ragioni della verità e della difesa dei più deboli.
Che un governo come quello cinese, ancora oggi accusato di sterilizzazioni forzate nelle regioni abitate da minoranze etniche e religiose, possa posare come campione dei “diritti delle donne” dimostra quanto l’ONU sia ormai ostaggio di logiche ciniche, incapace di distinguere tra vittime e carnefici.
Il discorso dell’ambasciatore Sun Lei, con la sua retorica intrisa di accuse contro Washington, è un perfetto esempio della tattica del regime cinese: accusare gli altri dei peccati che esso stesso commette in misura immensamente più grave.
Sostenere che gli Stati Uniti “negano brutalmente” l’accesso alla salute riproduttiva perché limitano i finanziamenti all’aborto, quando Pechino ha costretto intere generazioni di donne a interrompere gravidanze desiderate e a subire mutilazioni irreversibili, è una menzogna talmente sfacciata da non meritare neppure il nome di argomentazione.
È puro rovesciamento orwelliano della realtà, tipico di un regime che ha fatto del controllo delle coscienze e della manipolazione del linguaggio un’arma di dominio.
La Cina non ha alcuna autorità morale per pronunciare discorsi sui diritti riproduttivi. Ogni volta che Pechino osa alzare la voce su questo terreno, si dovrebbe ricordare al mondo l’oceano di sofferenza provocato dalle sue politiche demografiche, il sangue innocente versato in nome dell’ideologia e della ragion di Stato.
La vera tragedia, tuttavia, non è soltanto l’arroganza di un regime che pretende di riscrivere la storia, ma la complicità silenziosa di un sistema internazionale che preferisce applaudire il potente piuttosto che difendere i deboli.
In questa vicenda, la Cina ha mostrato ancora una volta il volto crudele della menzogna, e l’ONU quello, non meno inquietante, della viltà.
