La notizia del presepe di Bruxelles continua a circolare ovunque. Anch’io ho visto quelle immagini della Sacra Famiglia senza volto, trasformata in un collage di stoffe colorate per apparire “inclusiva”. Non è stato uno scandalo per provocare polemiche, ma un dolore reale, come se qualcosa di nostro, qualcosa di sacro, fosse stato svuotato davanti ai nostri occhi.
Non voglio accusare nessuno e non voglio trasformare questo episodio in uno scontro fra culture o religioni. Anzi, più guardo questa vicenda, più mi accorgo che la domanda importante non riguarda “gli altri”, ma riguarda noi. Perché, sinceramente, ciò che è accaduto non è solo il risultato di una scelta isolata, ma di un processo più profondo che ci coinvolge da anni.
Qui entra in gioco anche la psicologia. Quando una persona va in terapia perché ha sofferto per le azioni degli altri, il terapeuta non si limita mai a chiederle chi sia il colpevole. La domanda che apre alla guarigione è un’altra: “Come mai ho permesso che questo mi ferisse così a lungo?” È una domanda che non colpevolizza, ma responsabilizza. È il punto in cui una persona smette di subire e inizia a riprendere in mano la propria identità.
E proprio per questo credo che questa riflessione valga anche per noi cristiani. Non è tanto questione di chi ha fatto quel presepe, ma di come noi, lentamente, abbiamo smesso di difendere ciò che è sacro. Abbiamo confuso l’amore con il silenzio, l’accoglienza con la rinuncia, la pace con l’auto-cancellazione. Abbiamo lasciato che il nostro spazio venisse ridotto, pezzo dopo pezzo, senza mai dire che anche la nostra identità ha valore.
Alla fine, come accade in psicologia, gli altri si abituano ai confini che non mettiamo. Se noi stessi trattiamo i nostri simboli come qualcosa di negoziabile, come un dettaglio che può essere modificato per non disturbare, non possiamo sorprenderci se poi il mondo li considera allo stesso modo. Non è colpa loro: siamo stati noi a insegnare che la nostra fede può essere spostata, ridotta, messa tra parentesi.
È per questo che la domanda più forte non è: “Chi ha tolto il volto di Cristo dal presepe?” La domanda vera è: “Quando abbiamo iniziato noi a togliere il volto di Cristo dal nostro spazio pubblico?” Questo non per accusarci, ma per svegliarci. Per ricordare che anche noi, come chi va in terapia, possiamo iniziare un processo di guarigione ritrovando la nostra identità, dicendo con serenità ma fermezza che il sacro non si annulla.
Forse questo presepe senza volto, più che scandalizzarci, è uno specchio. Ci mostra cosa succede quando smettiamo di mostrare Cristo con coraggio, quando rinunciamo per primi ai nostri confini spirituali. E forse, proprio da questa immagine ferita, può nascere una nuova consapevolezza: non dobbiamo combattere nessuno, ma dobbiamo ricordare chi siamo. E tornare a mostrarlo, con rispetto, senza paura.
Zarish Imelda Neno
