La cronaca recente ci consegna da Pomezia un episodio brutale e doloroso: una giovane donna di 29 anni ha sfregiato il compagno con un litro di acido professionale. L’uomo, trovato ustionato sul pianerottolo, porterà i segni permanenti di questa aggressione sul viso e sul corpo per tutta la vita. Eppure, a far discutere non è solo la gravità del gesto, ma anche la misura cautelare disposta dal giudice: nessun arresto né custodia cautelare, ma soltanto un divieto di avvicinamento.
Questo drammatico fatto di sangue ripropone con forza una riflessione irrisolta e spesso volutamente ignorata dal dibattito pubblico: la violenza non ha sesso, né genere.
Negli ultimi anni, la narrazione dominante spinta dai movimenti femministi e da una parte della politica si è concentrata quasi esclusivamente sul concetto di “femminicidio” e sulla violenza declinata in una sola direzione, dove l’uomo è costantemente rappresentato come carnefice e la donna come perenne vittima. Questa visione a senso unico presenta enormi criticità. In primo luogo, invisibilizza le vittime maschili, creando una gerarchia della sofferenza che rischia di far passare in secondo piano le storie di uomini maltrattati o sfigurati.
In secondo luogo, ideologizza il problema: sostenere che la violenza dipenda unicamente da un sistema “patriarcale” porta a minimizzare i comportamenti aggressivi messi in atto dalle donne.
Infine, crea un’evidente disparità di giudizio nell’opinione pubblica: se a Pomezia i ruoli fossero stati invertiti, le piazze si sarebbero riempite di proteste e i media avrebbero affrontato il caso per settimane, mentre di fronte a una vittima uomo la vicenda rischia di derubricarsi a semplice “lite finita male”.
Riconoscere che la violenza è un fenomeno umano universale non significa negare gli abusi subiti dalle donne, ma rifiutare la politicizzazione del dolore.
L’uso di termini ideologici come “femminicidio” e la retorica del femminismo radicale tendono a dividere la società in due categorie contrapposte.
La psicologia e la criminologia insegnano invece che la dinamica del maltrattamento nasce da fattori profondi come l’incapacità di gestire la rabbia e il possesso, la mancanza di empatia e l’instabilità emotiva.
Si tratta di elementi che non risparmiano alcun genere: l’acido brucia la carne di un uomo con la stessa ferocia con cui brucia quella di una donna.
Condannare la violenza significa condannarla sempre, senza aggettivi di comodo e senza doppi standard.
Un approccio davvero equo non ha bisogno di sventolare bandiere ideologiche, ma deve tutelare ogni individuo con la medesima fermezza, garantendo che chiunque compia atti di tale ferocia ne risponda pienamente davanti alla giustizia.
Finché si continuerà a giudicare un crimine attraverso la lente dell’appartenenza di genere, non si farà mai un vero passo avanti verso una società giusta e pacificata.
