I video di Charlie Kirk stanno diventando virali come mai prima, invadendo ogni angolo dei social sopratutto su Instagram. Lo conoscevo appena, avevo seguito solo qualche frammento del suo lavoro, senza mai soffermarmi davvero su di lui. Ma ora, dopo la sua morte, è come se la sua voce fosse diventata più potente che mai, come se il silenzio del suo corpo avesse amplificato il suono della sua testimonianza. È incredibile pensare che un assassino sia riuscito a togliere la sua vita, ma non la forza del seme che ha piantato nei cuori di così tanti. Anzi, sembra quasi che la sua assenza abbia moltiplicato il frutto della sua presenza.
Guardando i suoi video, ciò che colpisce più di ogni altra cosa è la sua passione ardente per la Bibbia, per l’obbedienza a Dio, per il desiderio instancabile di far conoscere il Suo Nome. Parlava di Dio con una convinzione e un’urgenza che scuotono l’anima, soprattutto quando si rivolgeva ai giovani: non con discorsi raffinati, ma con una verità cruda e luminosa, che non lasciava spazio al compromesso. E la cosa che più mi interroga è che lui non era un pastore, non aveva una chiesa, non apparteneva a una comunità religiosa strutturata. Era solo un cristiano evangelico, un semplice uomo che ha scelto di usare la propria voce per proclamare il Vangelo a chiunque incontrasse, ovunque, senza timore e senza vergogna.
E mentre lo ascolto, non posso fare a meno di guardare a noi cattolici e di chiedermi cosa stiamo facendo. Non lo dico per fare paragoni tra cattolici ed evangelici — non è questo il punto. Anzi, quello che desidero è che guardiamo la vita di Charlie e ascoltiamo le sue parole lasciandoci svegliare nel cuore, lasciandoci incendiare da quello stesso coraggio, perché anche in noi possa rinascere il desiderio ardente di dare testimonianza. Perché troppo spesso sembriamo così timorosi di parlare di Dio, quasi imbarazzati di nominare il Suo Nome.
Abbiamo paura di risultare invadenti, temiamo di dare fastidio, pensiamo che la fede sia una questione privata da custodire in silenzio, come se condividerla fosse un atto di arroganza. Arriviamo persino ad avere timore di parlarne con i nostri figli, convinti che sia meglio lasciarli “liberi” di scegliere da soli se seguire Dio, come se tacere di fronte a loro fosse rispetto e non invece omissione, come se l’Amore potesse essere qualcosa da nascondere invece che donare. Ma come potranno riconoscere la Verità se non la vedono brillare in noi? Come potranno scegliere Dio se non lo incontrano mai nelle nostre parole e nelle nostre vite?
Charlie non aveva né strutture né titoli, eppure aveva ciò che conta: una fede viva e coraggiosa, una fiamma che non ha esitato a condividere. Persino sua moglie testimonia quanto lui l’amasse come Cristo chiede ai mariti di amare le proprie mogli, con dedizione e sacrificio. E noi, che abbiamo la grazia dei Sacramenti, della Chiesa, della Tradizione, dello stesso Corpo di Cristo nell’Eucaristia… possiamo davvero continuare a tacere? Possiamo continuare a vivere come se la nostra fede fosse un tesoro da proteggere anziché da annunciare? Possiamo restare spettatori mentre il mondo muore di fame di Dio e noi, con Dio vivo tra le mani, restiamo in silenzio per paura di disturbare?
Io mi sento profondamente provocata, ferita e risvegliata da questa testimonianza. Non possiamo più permetterci di vivere un cristianesimo tiepido, privato e timido. Non possiamo più rinchiudere Dio nelle mura delle nostre case o delle nostre chiese mentre là fuori ci sono anime che cercano un senso, una speranza, una luce. Se davvero crediamo che Cristo è la Via, la Verità e la Vita, allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo, di viverlo, di gridarlo con amore, senza vergogna. Perché se noi tacciamo, chi parlerà? Se noi, che abbiamo incontrato il Dio vivente, non testimoniamo la Sua salvezza, chi potrà mai crederci?
Zarish Imelda Neno
