In Italia ci sono due tipi di parenti: quelli che ti ricordano solo per chiederti un prestito, e quelli che ti ricordano quando sei già morto.
Rosario Angelo Livatino, giudice assassinato dalla mafia nel 1990 e proclamato Beato nel 2021, appartiene alla seconda categoria.
Da vivo lo cercavano in pochi, da morto non se lo lascia scappare nessuno.
Fra questi, uno spicca per zelo e costanza: un cugino di primo grado del giudice. Lo dice l’anagrafe, non l’opinione.
A confermarlo ci sono perfino le istituzioni: il sindaco di Canicattì Ettore Di Ventura, in una lettera del 9 dicembre 2020, lo definiva «parente diretto del giudice Rosario Livatino» e gli riconosceva «stretta parentela» e «diritto di parola» sulla sua memoria (Canicattiweb, 9/12/2020).
Fin qui, tutto chiaro. La carta canta. Ma la vita, si sa, è un’altra musica. E qui cominciano le stonature.
Perché — e basta leggere i racconti disponibili — Rosario e Salvatore non erano esattamente inseparabili.
Non risulta che pranzassero insieme ogni domenica, né che si confidassero segreti di cuore. Non c’è traccia di lettere, diari, o testimonianze di amici che li ricordino “inseparabili come fratelli”.
Quello che c’è sono ricordi generici: «un ragazzo serio, preparato, rispettoso» (parole del cugino, riportate in un incontro promosso da Libera, marzo 2021, andreamusacci.com, 22/03/2021)).
Niente di falso, ma neppure la cronaca di una frequentazione quotidiana. Eppure oggi il cugino è ovunque: conferenze, scuole, mostre, interviste.
Sembra l’agente stampa postumo del giudice ragazzino. Titoli roboanti parlano di «un legame forte, unico e speciale» (LogosNews, 29/04/2024). Forte, sì: ma più per l’anagrafe che per la biografia. Unico, certo: unico parente rimasto a parlarne. Speciale? Dipende dal pubblico, che spesso scambia la parentela per confidenza.
Ora, attenzione: nessuno mette in dubbio che il cugino creda davvero di onorare la memoria del grande giudice. In fondo, se non ci fosse lui, molti eventi commemorativi mancherebbero di un “parente di famiglia” sul palco.
Ma è altrettanto vero che nella sua voce c’è un’eco di quella tipica vanità italiana: «ho avuto un cugino beato, e adesso vi spiego chi era».
La realtà, per chi mastica cronaca, è meno epica. Rosario Livatino era un uomo schivo, restio ai riflettori. «Sub Tutela Dei» scriveva sul suo diario, per ricordarsi che la vita, e il lavoro, andavano vissuti sotto lo sguardo di Dio, non dei giornalisti.
Figurarsi se avrebbe amato vedersi trasformato in brand, con testimonial itinerante al seguito.
Invece eccoci qua: il giudice ragazzino come un marchio registrato, con un cugino nel ruolo di ambasciatore.
Non importa che i due si vedessero raramente: quel che conta è che oggi uno parla per l’altro, senza contraddittorio. Del resto, i morti non rilasciano smentite.
E c’è dell’ironico — se non del tragico — nel pensare che la mafia, uccidendo Livatino, lo consegnò alla gloria. Ma la gloria, come sempre in Italia, è una questione di famiglia. E in mancanza di figli o fratelli, basta un cugino: magari non lo vedevi spesso, ma oggi diventi la voce ufficiale della sua memoria.
Il rischio, naturalmente, è quello della “strumentalizzazione”, parola che lo stesso cugino denuncia a più riprese.
In un’intervista del 2020 si lamentava infatti di «persone, laici ed ecclesiastici, che hanno strumentalizzato la figura di mio cugino Rosario» (Canicattiweb, 2/12/2020). Giustissimo.
Ma qualcuno, con malizia, potrebbe notare che il microfono in mano ce l’ha sempre lui.
In sintesi: – La parentela c’è, e nessuno la nega; La frequentazione stretta no, e nessuno la documenta; La ribalta pubblica sì, e quella oggi è monopolizzata dal cugino.
Il risultato? Rosario Livatino diventa un santo della Chiesa cattolica e, insieme, un’occasione di ribalta per il cugino rimasto. Nulla di illegale, per carità. Ma forse di involontariamente comico, sì.
Perché l’Italia è questo: un Paese dove la santità si eredita per cognome, e dove il parente che non ti frequentava da vivo diventa il tuo biografo da morto. E così il giudice ragazzino, che non voleva farsi notare da nessuno, finisce rappresentato dal cugino che non si fa dimenticare da nessuno.
