In occasione della Giornata Internazionale della Donna, il collettivo Revuelta de Mujeres en la Iglesia ha annunciato per il 1° marzo manifestazioni in 35 diocesi spagnole, tra cui un presidio davanti alla Cattedrale dell’Almudena.
L’iniziativa, presentata come protesta contro il cosiddetto “patriarcato clericale”, si inserisce nel solco di un femminismo ecclesiale che da anni tenta di reinterpretare la dottrina cattolica alla luce delle categorie ideologiche contemporanee.
Particolarmente grave appare la scelta dello slogan: “Questo è il mio corpo”. Le parole pronunciate da Nostro Signore Gesù Cristo nell’Ultima Cena, cuore del mistero eucaristico e centro della vita della Chiesa, vengono così piegate a rivendicazioni di autonomia individuale in materia morale.
Si tratta di un uso improprio e irriverente di una formula sacra, che non può essere separata dal sacrificio redentore di Cristo né ridotta a slogan politico. La sacralità dell’Eucaristia non è un simbolo da manipolare, ma il fondamento stesso della fede.
Le organizzatrici denunciano presunti “abusi di potere contro i corpi e le vite delle donne” e accusano la Chiesa di aver imprigionato la figura femminile nei modelli della Vergine Maria e di Eva. Ma tale contrapposizione rivela una lettura superficiale della tradizione.
La Santissima Vergine non è uno stereotipo funzionale al controllo sociale, bensì il modello altissimo di santità, libertà interiore e piena adesione al disegno di Dio. Eva, a sua volta, non è un’etichetta denigratoria, ma la figura biblica che illumina la realtà del peccato originale e della comune fragilità umana. Ridurre queste figure a costruzioni oppressive significa ignorare la ricchezza spirituale e teologica della fede cattolica.
La retorica secondo cui la Chiesa “controllerebbe” i corpi femminili confonde inoltre la proposta morale cristiana con un’imposizione arbitraria.
La dottrina cattolica, in materia di sessualità e famiglia, non nasce dal desiderio di dominio, ma dall’annuncio di una verità sull’uomo e sulla donna iscritta nella legge naturale e confermata dalla Rivelazione. L’insegnamento morale non è una forma di oppressione, bensì un orientamento verso il bene autentico della persona.
Tra le rivendicazioni figurano il diaconato femminile, una maggiore presenza nei ruoli decisionali e la denuncia di una presunta “invisibilizzazione” delle donne. Tuttavia, la tradizione cattolica distingue chiaramente tra pari dignità battesimale e differenza di ruoli nella struttura sacramentale. L’uguaglianza davanti a Dio non implica uniformità di funzioni.
La storia della Chiesa è costellata di sante, mistiche, dottori e fondatrici che hanno inciso profondamente nella vita ecclesiale senza rivendicare l’accesso al ministero ordinato.
Colpisce inoltre che molte di queste mobilitazioni sembrino concentrarsi quasi esclusivamente su temi interni all’assetto ecclesiastico, mentre appaiono meno sensibili rispetto alle grandi ferite che colpiscono oggi le donne: la mercificazione del corpo femminile, la pornografia dilagante, la dissoluzione della famiglia, la banalizzazione dell’aborto. Questioni che la Chiesa denuncia da decenni in difesa della dignità autentica della donna.
Le manifestazioni annunciate rappresentano dunque non tanto un contributo costruttivo al rinnovamento ecclesiale, quanto il tentativo di adattare la fede cattolica alle categorie del femminismo contemporaneo.
Per il cattolicesimo la vera promozione della donna non passa attraverso la contestazione dei dogmi o la desacralizzazione dei misteri, ma attraverso la riscoperta della propria vocazione alla santità, sul modello luminoso della Vergine Maria, madre della Chiesa e regina dei santi.
