Il 9 gennaio 1951, con l’inaugurazione a New York della sede ufficiale delle Nazioni Unite, il mondo usciva da una guerra devastante coltivando l’illusione che un’architettura istituzionale permanente potesse finalmente garantire pace, cooperazione e rispetto del diritto internazionale, ma a distanza di decenni quell’edificio di vetro e acciaio appare sempre più come il simbolo di una promessa tradita, perché l’ONU, nata per prevenire i conflitti e tutelare i popoli, si è spesso rivelata paralizzata dai veti incrociati delle grandi potenze, incapace di fermare guerre sanguinose, genocidi, invasioni e crisi umanitarie che si susseguono sotto gli occhi del mondo, ridotta a un’arena diplomatica dove prevalgono gli interessi geopolitici sui principi fondativi, dove le risoluzioni restano lettera morta e il Consiglio di Sicurezza diventa il luogo dell’impotenza istituzionalizzata, mentre l’Assemblea Generale moltiplica dichiarazioni solenni prive di conseguenze concrete.
La crisi delle Nazioni Unite non è solo operativa ma morale, perché l’organizzazione che avrebbe dovuto incarnare la coscienza giuridica della comunità internazionale tollera doppi standard, selettività nell’indignazione e un progressivo scollamento dalla realtà dei popoli che soffrono, alimentando la percezione di un fallimento sostanziale che mina la sua credibilità e legittimità, e così l’inaugurazione del 1951, carica di speranze e idealismo, oggi si riflette come un momento fondativo di un’istituzione che, pur sopravvivendo formalmente, sembra aver smarrito la forza di incidere davvero sulla storia, lasciando aperta la domanda se l’ONU sia ancora riformabile o se rappresenti ormai il monumento di un ordine internazionale che non esiste più.
