Le parole di Emmanuel Macron (“Noi siamo a portata di tiro della Russia. Se vogliamo restare credibili, noi europei, soprattutto noi francesi, dobbiamo dotarci di nuove armi per cambiare la situazione a breve termine”), pronunciate con toni allarmistici davanti alle truppe e amplificate da una retorica che evoca missili, minacce imminenti e una Francia “a portata di tiro”, rappresentano l’ennesima manifestazione di una follia bellicista che sta travolgendo una parte significativa delle élite europee, incapaci di distinguere tra prudenza strategica e isteria geopolitica, tra difesa responsabile e corsa irresponsabile al riarmo, perché evocare la Russia come una minaccia diretta e immediata al territorio francese non solo appare privo di un serio fondamento fattuale, ma contribuisce deliberatamente a diffondere paura nell’opinione pubblica per giustificare scelte politiche e finanziarie che altrimenti sarebbero difficilmente accettabili, come l’aumento di 36 miliardi di euro delle spese militari e una revisione del bilancio della difesa che arriva alla cifra colossale di 413 miliardi, somme sottratte inevitabilmente a sanità, istruzione, politiche sociali e sostegno alle famiglie, in un Paese già segnato da profonde fratture sociali e da una crescente sfiducia verso le istituzioni.
Macron parla di “credibilità” europea e francese, ma confonde la credibilità con la militarizzazione, come se la forza di una nazione si misurasse unicamente dal numero e dalla sofisticazione delle armi possedute, ignorando che la vera autorevolezza internazionale nasce dalla capacità diplomatica, dalla stabilità interna, dalla coesione sociale e dalla forza morale, tutte dimensioni che il suo governo ha progressivamente eroso con riforme imposte dall’alto, repressione del dissenso e una gestione tecnocratica del potere sempre più distante dai cittadini.
Il riferimento al missile Oreshnik e alle capacità militari russe sembra più funzionale a costruire un nemico mitico che a descrivere una minaccia reale, perché Mosca, impegnata in un conflitto regionale complesso e costoso, non ha né l’interesse né la convenienza strategica di colpire la Francia, potenza nucleare e membro della NATO, se non in uno scenario apocalittico che nessun attore razionale desidera. Eppure Macron insiste, perché la logica della paura è uno strumento politico potente: permette di silenziare le critiche, di bollare come irresponsabile o “filorusso” chiunque invochi la moderazione, e di presentarsi come leader risoluto mentre in realtà si alimenta un’escalation pericolosa, che avvicina l’Europa non alla sicurezza ma al baratro.
Questa deriva bellicista appare ancora più grave se si considera il contesto storico e culturale europeo, un continente che ha conosciuto due guerre mondiali devastanti e che aveva costruito la propria identità politica sulla promessa del “mai più”, sulla cooperazione e sulla prevenzione dei conflitti, mentre oggi sembra aver smarrito la memoria e la lezione della propria storia, sostituendo il linguaggio della pace con quello delle armi, della deterrenza e della preparazione alla guerra.
Macron, che ama presentarsi come statista visionario, in realtà si comporta come un apprendista stregone che gioca con forze più grandi di lui, convinto che l’accumulo di armamenti e la retorica muscolare possano compensare il vuoto di consenso interno e la crisi di leadership che attraversa il suo Paese, ma la storia insegna che le politiche fondate sulla paura e sul riarmo raramente portano stabilità e spesso preparano tragedie di cui poi nessuno vuole assumersi la responsabilità.
Invece di spingere l’Europa verso una pericolosa militarizzazione, Macron dovrebbe usare il peso politico e diplomatico della Francia per favorire il dialogo, la de-escalation e una nuova architettura di sicurezza condivisa, ma questo richiederebbe coraggio politico, visione e umiltà, qualità che sembrano mancare a chi preferisce agitare lo spettro della guerra per governare attraverso il timore piuttosto che attraverso la ragione.
