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IL SILENZIO COMPLICE DELL’OCCIDENTE PER LE PERSECUZIONI CONTRO I CATTOLICI
Due anni dopo il colpo di Stato che ha gettato il Niger nell’oscurità politica, sociale e morale, la Chiesa cattolica — insieme a un’intera nazione — continua a soffrire.
Le parole di padre Mauro Armanino, missionario della Società delle Missioni Africane, non sono soltanto una denuncia di condizioni disumane: sono il grido soffocato di una Chiesa perseguitata, isolata e dimenticata.
Mentre i media internazionali volgono altrove lo sguardo, si consuma sotto i nostri occhi un nuovo capitolo della martirologia cristiana contemporanea: quello dei cattolici africani, minacciati e oppressi da un islamismo violento e impunito, spesso travestito da instabilità politica e crisi umanitaria.
È necessario dirlo con chiarezza: le difficoltà della Chiesa in Niger non sono semplicemente l’effetto collaterale di un collasso istituzionale o di un’economia al collasso. La realtà è più dura, più tragica: i cristiani, in particolare i cattolici, sono oggetto di un piano sistematico di marginalizzazione, intimidazione e annientamento, portato avanti da formazioni jihadiste che operano con crescente libertà e crudeltà.
I villaggi cattolici vengono svuotati, i fedeli sono costretti alla fuga, i sacerdoti allontanati, le chiese ridotte al silenzio. Nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica internazionale, i terroristi islamici avanzano, forti di una triplice arma: l’ideologia religiosa, l’illegalità organizzata e la colpevole ignavia dell’Occidente.
Le parole di padre Armanino a Vatican News dipingono un quadro impietoso: liturgie della Parola celebrate da laici in assenza di sacerdoti, villaggi cattolici trasformati in rovine abbandonate, catechisti accerchiati da bande armate islamiste, e una Chiesa sempre più debole, costretta al silenzio.
Si stima che circa 15.000 cattolici abbiano già abbandonato le proprie case, su una comunità nazionale di circa 50.000 fedeli. È una diaspora imposta dalla violenza, non una scelta pastorale: è persecuzione vera e propria, anche se non ha ancora trovato spazio nei titoli delle grandi testate internazionali. È una persecuzione che ha il volto del jihadismo ma anche la complicità, più o meno esplicita, di un ambiente politico e sociale ostile al cristianesimo.
Non si può ignorare il giudizio netto che padre Armanino formula sull’Occidente: «Stiamo pagando anni di ambiguità, stiamo raccogliendo i frutti di una giustizia che ha usato due pesi e due misure». L’Occidente, troppo spesso, ha chiuso gli occhi di fronte all’espansione del fondamentalismo islamico in Africa, convinto che i propri interessi geopolitici, energetici e strategici avessero la precedenza sulla tutela dei diritti umani e della libertà religiosa. Ha riversato assistenzialismo e retorica post-coloniale senza costruire strutture solide di giustizia, libertà e verità. Ha permesso che interi territori fossero consegnati a milizie islamiche in cambio di una momentanea stabilità.
La chiusura delle frontiere, l’espulsione delle ONG, la sospensione dei partiti politici: tutto questo non fa che peggiorare la situazione di un popolo affamato, ridotto alla sopravvivenza, e di una Chiesa perseguitata che non può più esercitare la propria missione evangelizzatrice. La soppressione della libertà religiosa è il sintomo più grave e rivelatore di un regime che ha abbandonato la via della verità.
Nel cuore di questa catastrofe, i cattolici del Niger non cessano di testimoniare il Vangelo. Alcuni di loro, pur potendo rifugiarsi in luoghi più sicuri, tornano nei propri villaggi per coltivare la terra, per restare accanto ai propri cari, per non abbandonare la loro fede. Questo eroismo silenzioso, questa fedeltà alla croce, questa volontà di non piegarsi alla violenza islamista, rappresentano il seme più autentico della speranza cristiana. È il martirio bianco della perseveranza, della carità quotidiana, della preghiera tenace.
Eppure, tutto questo chiede una risposta. Non bastano le dichiarazioni di solidarietà: serve un nuovo impegno della Chiesa universale, dei governi, delle istituzioni internazionali. Serve un’opinione pubblica cristiana capace di sollevarsi contro questa cultura del silenzio che protegge gli aguzzini e ignora le vittime.
È giunto il momento di chiamare le cose con il loro nome. Quella che si consuma in Niger è una persecuzione islamica contro i cristiani. È alimentata da un jihadismo che odia la croce, disprezza l’Eucaristia e considera l’evangelizzazione una minaccia. È sostenuta da complicità politiche e da un contesto internazionale che preferisce parlare di “instabilità” o “tensioni religiose” piuttosto che di martirio e di odio anticristiano. Ma la verità non può essere nascosta all’infinito: come in Siria, in Nigeria, in Pakistan, così anche in Niger la fede cattolica è sotto attacco.
La Chiesa che soffre nel silenzio è la Chiesa più simile al suo Signore crocifisso. Ma questo non assolve il mondo dal proprio dovere. La storia giudicherà il nostro tempo anche per il modo in cui abbiamo — o non abbiamo — difeso i cristiani perseguitati dai musulmani. Non possiamo dire «non sapevamo». Il sangue dei martiri del Niger grida a Dio. È tempo che cominci a interpellare anche le nostre coscienze.

L’Islam odia la croce che considera blasfemia e di conseguenza odia i cristiani. Il mondo occidentale ha ripudiato le sue radici cristiane e si proclama tollerante verso tutte le religioni permettendo agli islamici di espandersi in odio a Cristo e ai cristiani.