Da quando Donald Trump ha presentato un piano, sostanzialmente articolato in 21 punti, volto a porre fine al conflitto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, la risposta di Hamas è al momento in sospeso.
Secondo fonti vicine al movimento, Hamas ha richiesto modifiche significative ad alcune clausole del piano, in particolare quelle relative al disarmo, all’esilio della leadership / espulsione di alcuni quadri, e garanzie internazionali per un ritiro completo delle forze israeliane da Gaza.
Si sono tenuti negoziati con mediatori di Qatar, Egitto e Turchia a Doha, che stanno facendo pressione perché Hamas accetti la proposta. Hamas ha però chiesto di avere 2-3 giorni per valutare, sottolineando che servono “garanzie internazionali” per assicurare che le promesse si traducano in fatti concreti.
Ecco un elenco dei punti che Hamas vorrebbe modificare o chiarire:
1. Clausola di disarmo
Il piano richiede che Hamas si disarmi. Hamas vuole modifiche che permettano di mantenere alcune capacità difensive, o almeno di non perdere completamente il controllo sulle proprie strutture. La preoccupazione è che il disarmo venga imposto in maniera che lasci Hamas vulnerabile, senza che sia garantito che Israele rispetti a sua volta i termini del ritiro o altri impegni.
2. Esilio / espulsione della leadership
Alcune versioni del piano implicano che certi leader o quadri di Hamas possano essere espulsi da Gaza o vengano esiliati, oppure che debbano lasciare i loro ruoli. Hamas chiede che queste clausole vengano riviste: non accetta che membri della leadership vengano espulsi indiscriminatamente, o che vengano imposti termini che equivarrebbero a un “dismantling” del movimento senza garanzie.
3. Garanzie per il ritiro completo israeliano da Gaza
Hamas insiste che sia garantito un ritiro effettivo, completo, verificabile di tutte le forze israeliane dalla Striscia. Vuole che le garanzie non siano solo promesse verbali, ma che ci sia supervisione internazionale, tempi chiari, sanzioni in caso di mancato rispetto.
4. Protezione della leadership e protezione da assassini
Hamas richiede che ci siano garanzie che i suoi leader non siano oggetto di operazioni di assassinio, né dentro né fuori Gaza, come una forma di tutela se decidessero di accettare il piano.
5. Chiarezza su cessazione delle ostilità, condizioni, arbitrato internazionale
Hamas chiede che il piano specifichi meglio quando e come termineranno le ostilità, chi controllerà che questo accada, quale ruolo internazionale avrà (mediatori, garanti), e che non ci siano ambiguità che possano essere usate per continuare le operazioni militari o mantenere un’occupazione de facto.
Le posizioni dei mediatori e degli altri attori
Qatar, Egitto, Turchia: svolgono il ruolo di mediatori principali in questi negoziati. Hanno incontrato Hamas a Doha per trasmettere il piano e anche per riportare al gruppo le preoccupazioni che derivano dalle clausole contestate.
Pressione diplomatica: sembra che vi sia una crescente pressione da parte di alcuni stati arabi affinché Hamas accetti il piano, in ragione dell’urgenza umanitaria e della deteriorata situazione sul terreno. Alcuni mediatori segnalano che potrebbe essere l’ultima opportunità per un accordo che ponga fine al conflitto con qualche speranza di stabilità.
Israele: ha accettato il piano proposto da Trump, o almeno mostrato disponibilità verso molte delle sue clausole (disarmo, ritiro graduale delle truppe, fine dell’autorità di Hamas su Gaza nel lungo termine). Tuttavia, il ritiro completo israeliano è condizionato da vari elementi del piano, e molti nel governo israeliano sottolineano che occorre che Hamas rispetti le condizioni, incluso il disarmo.
Stati Uniti / Trump: hanno formulato il piano e spinto per una risposta rapida, interpretabile come un tentativo di capitalizzare su un momento di pressione su Hamas. Al contempo, il piano sembra essere coordinato con Israele in molte delle sue parti fondamentali.
Possibili scenari e implicazioni
Date le richieste di Hamas, si aprono vari scenari, ciascuno con possibili conseguenze:
1. Accettazione modificata del piano
Se Hamas ottiene le modifiche che chiede — chiarimenti su ritiro, garanzie internazionali, protezione della leadership — potrebbe accettare il piano. Ciò potrebbe portare a una cessazione delle ostilità relativamente rapida, con lo scambio di ostaggi, inizio del ritiro israeliano, accesso umanitario, e avvio della ricostruzione. Tuttavia, i dettagli su come sarà gestita l’autorità palestinese intermedia, chi controllerà cosa, e come saranno verificate le condizioni sono cruciali per capire se l’accordo potrà reggere.
2. Rifiuto o disaccordo persistente
Se Hamas ritiene che le condizioni imposte (anche con modifiche) ancora non tutelino il proprio movimento e il popolo palestinese (per esempio temendo che il disarmo sia usato per neutralizzare la resistenza, o che il ritiro sia solo simbolico o parziale), potrebbe rifiutare. Ciò rischia di proseguire la guerra, con ulteriori danni umanitari, pressione diplomatica, possibili operazioni militari israeliane rafforzate.
3. Accordo parziale / compromesso lungo
È possibile che si arrivi a un compromesso: Hamas accetta parte del piano, magari accettando un disarmo condizionato, o mantenendo certe difese, ma accettando comunque garanzie, etc. I mediatori potrebbero proporre una versione “fase 1” e poi “fase 2” con condizioni precise.
4. Risvolti regionali e internazionali
La credibilità dei mediatori sarà in gioco: se le garanzie internazionali non sono credibili o non vengono rispettate, la fiducia crolla.
Reazioni delle popolazioni palestinesi: molti Palestinesi vedono nel disarmo un rischio per la loro autodifesa, soprattutto se non c’è uno Stato palestinese garantito. Se Hamas sembrasse cedere troppo, potrebbe perdere consenso interno o incorrere in divisioni.
Reazioni israeliane: il governo israeliano, se osservasse che Hamas non ottempera alle clausole accettate, potrebbe rilanciare militarmente; anche la politica interna israeliana (coalizioni, fazioni) avrà un ruolo forte nel decidere fino a che punto spingere.
Indipendentemente dal risultato, la popolazione civile soffre drammaticamente: morti, sfollati, distruzione delle infrastrutture, mancanza di acqua, elettricità, servizi medici. Ogni ritardo nell’accordo significa più vittime, peggioramento delle condizioni di vita. Un accordo potrebbe alleviare queste sofferenze, ma il schedule della ricostruzione, l’afflusso degli aiuti, la rimozione delle macerie saranno operazioni complesse che richiedono cooperazione internazionale e trasparenza.
Ci sono alcuni elementi problematici nel piano – e nelle richieste – che meritano attenzione:
Disarmo totale vs. disarmo condizionato: Il disarmo è una richiesta che mette Hamas in una posizione di enorme vulnerabilità, specie se non ci sono garanzie che Israele e altri attori esterni rispettino i propri impegni. Hamas teme che un disarmo totale senza verifiche non significative equivalga a “resa” sotto altra forma.
Esilio o espulsione della leadership: questa clausola è molto controversa, perché implica che membri del movimento possano dover lasciare il territorio o perdere ruoli. Per Hamas, è un punto di principio essenziale: la sua leadership fa parte della struttura politica e militare interna, e toglierla o esiliarla può essere vissuto come un’amputazione dell’organizzazione.
Garanzie internazionali: chiedere protezione, supervisione, meccanismi di verifica esterni è comprensibile, ma spesso tali meccanismi sono deboli, soggette a compromessi, e non sempre efficaci nel proteggere le parti “più deboli”. Ciò richiede fiducia, ma la fiducia è scarsa dopo anni di conflitto, di promesse non mantenute, e di sfiducia reciproca.
Tempi e sequenziamento: Hamas desidera decidere in pochi giorni, ma la pressione esterna per una risposta rapida può essere vista come un modo per comprimere le sue capacità negoziali. Anche la gestione del ritiro israeliano dipenderà dal sequenziamento: se il ritiro è condizionato da attività di Hamas, emerge un circolo vizioso: Hamas potrebbe essere riluttante ad adempiere certe parti perché teme che Israele non farà la sua parte fintanto che non vede gli effetti concreti.
L’offerta di Trump rappresenta, da un lato, una opportunità diplomatica – forse una delle più importanti da anni – per chiudere un conflitto che ha provocato enormi vittime civili e distruzione in Gaza; dall’altro, contiene elementi che Hamas ritiene inaccettabili o pericolosi, senza modifiche. Le richieste di Hamas per garanzie internazionali, modifiche al disarmo, protezione della leadership, e un ritiro israeliano pieno sono comprensibili nel contesto in cui il gruppo si trova: sotto pressione militare, politica, umanitaria, ma anche con la necessità di preservare la propria credibilità interna e la propria capacità di influenza.
Nei prossimi giorni (i “2‐3 giorni” chiesti) dovremo vedere:
– se Hamas formalizzerà la sua posizione con delle controposti ben definite,
– se i mediatori accetteranno di incorporare le modifiche,
– se Israele e gli Stati Uniti saranno disposti a concedere alcune clausole non negoziabili per loro (come disarmo o ritiro) in forma modificata,
– come reagiranno le opinioni interne di Hamas, le altre fazioni palestinesi, e la società civile.
Se il piano fallisse – o venisse rifiutato – si correrà il rischio di un’escalation: Hamas potrebbe considerare di continuare la resistenza, Israele potrebbe intensificare l’azione militare, e la comunità internazionale sarebbe messa davanti a un dilemma: intervenire diplomaticamente più forte, oppure accettare le condizioni di fatto che stanno emergendo.
