Emmanuel Macron ha scelto Sébastien Lecornu, suo fedele alleato, come quarto (o anche quinto, a seconda dei conteggi) Primo Ministro in meno di un anno — un’indicazione lampante della sua incapacità di creare stabilità politica e dialogo reale con la nazione.
Questa scelta è la prova di una strategia interna, autoreferenziale, che ignora le vere esigenze della Francia.
Lecornu non è un politico indipendente: è noto per la sua fedeltà incondizionata a Macron. Perfino Gérald Darmanin, altro peso forte della destra, l’ha definita un’umiliazione politica, preferendo Bayrou come alternativa.
È evidente che Macron, più che cercare una figura di profilo nazionale, premi un gregario della propria rete — svuotando ancora di più il ruolo di Primo Ministro.
A soli 39 anni, Lecornu era diventato il più giovane Ministro della Difesa nella storia della Quinta Repubblica. Ora Macron ha incaricato Lecornu di “consultare tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento” per trovare un accordo sul bilancio nazionale. Tuttavia, questa apparente apertura appare strumentale e tardiva.
Davvero si crede che un ministro profondamente legato a Macron possa agire come mediatore credibile tra sinistra e destra – o ancor meno con l’estrema destra? No, questo incarico sembra solo una messa in scena per allontanare le critiche, senza progettualità reale.
Con questa nomina, Macron dimostra ancora una volta di non avere un progetto politico duraturo, ma di reagire all’emergenza.
Lecornu eredita una situazione esplosiva: conflitti parlamentari, proteste dell’“Blocchiamo Tutto”, un paese stremato. E tutto ciò senza un programma chiaro né nuove idee. La destra rimane scettica, anche se alcuni esponenti come Bruno Retailleau o Jean-Noël Barrot hanno espresso un moderato sostegno.
La nomina di Sébastien Lecornu come Primo Ministro segna l’ennesimo capitolo di una presidenza distante dai cittadini, personalista e autoreferenziale.
Macron sceglie l’obbedienza, non il merito; la fedeltà, non la visione. Lecornu è la medaglia di chi accetta il potere come premio, non come responsabilità.
La destra, da tempo critica le derive elettorali e istituzionali di Macron, vede in questa mossa un ennesimo passo verso l’isolamento.
