Il 21 gennaio 1924 moriva Vladimir Il’ič Lenin, e con la sua morte si chiudeva la parabola personale di un uomo la cui eredità storica avrebbe continuato a produrre devastazioni ben oltre la sua vita, segnando tragicamente il Novecento e inaugurando una delle più sanguinose esperienze politiche della storia umana.
Lenin non fu soltanto un teorico o un agitatore rivoluzionario, ma il fondatore concreto di un sistema di potere basato sulla violenza ideologica, sulla soppressione sistematica della libertà e sulla trasformazione del terrore in strumento ordinario di governo.
Fin dai primi mesi successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, egli smantellò ogni residuo di pluralismo politico, sciolse l’Assemblea Costituente quando non gli fu favorevole, mise fuori legge i partiti avversari e affidò alla Čeka il compito di reprimere senza limiti ogni forma di opposizione reale o presunta, inaugurando una stagione di arresti arbitrari, torture ed esecuzioni sommarie che non furono deviazioni, ma applicazioni coerenti del suo pensiero.
Sotto la sua direzione nacque il sistema dei campi di lavoro forzato, embrione dei futuri gulag, concepiti non come misura temporanea ma come strumento strutturale di rieducazione e annientamento del nemico di classe.
Lenin teorizzò e praticò il Terrore Rosso come necessità storica, giustificando esplicitamente la violenza di massa contro contadini, operai dissidenti, intellettuali, sacerdoti e interi gruppi sociali accusati di essere “oggettivamente” ostili alla rivoluzione, anche in assenza di atti concreti.
Le repressioni contro le rivolte contadine, come quella di Tambov, soffocate con una brutalità spietata, l’uso della fame come arma politica, culminato nella carestia che colpì milioni di persone nei primi anni Venti, e la persecuzione sistematica della Chiesa e di ogni forma di religione organizzata rivelano il carattere profondamente disumano del progetto leninista.
Nulla di ciò che avvenne successivamente sotto Stalin può essere compreso senza riconoscere che le fondamenta giuridiche, politiche e morali di quel sistema furono gettate da Lenin stesso, che legittimò la dittatura del partito unico, la fusione tra ideologia e apparato repressivo e la riduzione dell’individuo a semplice ingranaggio della Storia.
La sua morte fu accolta da un culto politico che trasformò un rivoluzionario responsabile di massacri, deportazioni e distruzione della società civile in una figura quasi sacralizzata, occultando deliberatamente il sangue su cui si era edificato il nuovo Stato sovietico.
Ricordare il 21 gennaio 1924 significa dunque non indulgere nella retorica del mito rivoluzionario, ma riconoscere che Lenin fu l’artefice consapevole di un sistema criminale che, nel nome di una promessa di liberazione, inaugurò una lunga catena di oppressioni, sofferenze e morti, e che la sua eredità non è quella di un emancipatore dei popoli, ma di un fondatore del totalitarismo moderno, le cui conseguenze continuano a pesare sulla coscienza storica dell’Europa e del mondo.
