«La sentenza con cui i giudici di Trieste hanno riconosciuto come ‘seconda madre’ di una bambina la compagna deceduta della madre biologica, in virtù del legame affettivo che univa le due donne quando decisero di sfruttare la procreazione artificiale all’estero, è l’ennesima picconata ai diritti dei minori e alla realtà delle cose da parte di una magistratura che si è sostituita al Parlamento e impone ai cittadini le sue interpretazioni estremiste del diritto di famiglia in salsa Lgbt. Questa sentenza, purtroppo, è la diretta conseguenza di quella con cui la Corte Costituzionale, lo scorso 22 maggio 2025, ha stabilito che una donna può essere riconosciuta fin dalla nascita come ‘seconda madre’ di un minore con cui non ha alcun legame biologico solo per il fatto di aver condiviso la scelta di sfruttare la procreazione artificiale. Un principio devastante che entro breve porterà anche al riconoscimento alla nascita del ‘secondo padre’ con la legittimazione della barbara e criminale pratica dell’utero in affitto».
Così Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia, commenta la sentenza del Tribunale di Trieste che ha riconosciuto la maternità “intenzionale” di una donna lesbica deceduta, compagna di un’altra donna, madre biologica di due bambine avute con un percorso di procreazione medicalmente assistita effettuato all’estero.
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