Il 15 novembre 1960, nel pieno delle polemiche sorte attorno all’opera teatrale L’Arialda di Testori, accusata di oscenità per le sue tematiche omosessuali, il regista Luchino Visconti e gli attori Rina Morelli, Paolo Stoppa e Umberto Orsini tentarono di rivolgersi direttamente al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, protestando contro il divieto di rappresentazione imposto dalla censura.
Speravano che il Capo dello Stato potesse intervenire a favore della loro battaglia artistica e contro quella che ritenevano un’ingerenza moralistica nelle scelte culturali. Gronchi, tuttavia, rifiutò di riceverli, mantenendo una distanza che in molti giudicarono, all’epoca, rigida e intransigente. Eppure, proprio quel rifiuto, oggi, merita di essere riconsiderato.
L’atteggiamento di Gronchi non fu il capriccio di un moralista né un rigido conservatorismo incapace di comprendere il linguaggio artistico; fu piuttosto la consapevolezza che il Presidente della Repubblica, nel quadro costituzionale italiano, ha un compito di custodia e non di interferenza, di equidistanza e non di schieramento culturale. Egli intuì che accogliere un gruppo di artisti in aperto conflitto con le autorità di controllo avrebbe significato usare il prestigio del Quirinale per legittimare una polemica, trasformando un dibattito culturale in una questione politica istituzionale.
Gronchi scelse, con la discrezione che gli era tipica, di non prestare il ruolo presidenziale a cause segnate da forti tensioni morali e di non farsi strumento di chi, consapevolmente o no, mirava a scardinare il quadro etico su cui allora si reggeva la convivenza sociale italiana.
Quella fermezza, così criticata negli anni delle prime avanguardie e delle contestazioni nascenti, appare oggi come un raro esempio di lucidità. Gronchi comprese che non tutto ciò che si definisce “arte” è automaticamente innocuo, e che la libertà creativa, per essere autentica, non può prescindere dal rispetto dei valori fondativi della comunità.
Non si trattava, allora, di censurare la cultura, bensì di impedire che un’opera percepita come provocatoria venisse elevata a simbolo di emancipazione dall’autorità statale, trascinando la massima istituzione repubblicana in un terreno di scontro ideologico. Il Presidente, con un gesto semplice e silenzioso, riaffermò che il bene comune non coincide con la somma dei desideri individuali, e che la difesa della dignità pubblica esige talvolta scelte impopolari.
Oggi, in un’epoca in cui ogni limite sembra considerato un attentato alla libertà e in cui l’autorità morale dello Stato appare sempre più sfumata, l’esempio di Gronchi acquisisce una valenza quasi profetica. L’Italia avrebbe bisogno di un Presidente capace di difendere senza esitazioni i principi che affondano le loro radici nella tradizione cattolica, non per imporre una visione confessionale, ma per riaffermare che la società non può reggersi sul relativismo infinito e sull’assenza di orientamento morale.
Un Capo dello Stato che non tema di opporsi al frastuono mediatico, che sappia dire dei “no” motivati e coraggiosi, e che ricordi, come fece Gronchi, che la vera libertà si costruisce a partire da un fondamento etico condiviso. In un tempo in cui tutto sembra negoziabile, il richiamo a questa fermezza appare quanto mai necessario.
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