L’abate benedettino Nikodemus Schnabel ha lanciato un forte allarme sulla situazione dei cristiani in Terra Santa, descrivendo una realtà segnata da un progressivo declino demografico, difficoltà economiche e crescenti tensioni sociali. Durante un intervento davanti ai rappresentanti della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha sottolineato come i cristiani rappresentino oggi meno del 2% della popolazione locale, una presenza ormai fragile e in continuo arretramento.
Secondo l’abate, l’immagine idealizzata della Terra Santa come centro vitale del cristianesimo non corrisponde alla realtà. Anche rispetto alle regioni europee più secolarizzate, come alcune aree dell’Europa centrale, la presenza cristiana appare numericamente molto più esigua. Questo squilibrio rende ancora più evidente la sproporzione tra l’importanza storica e spirituale dei luoghi e la consistenza reale delle comunità che li abitano.
A Gerusalemme si registra una straordinaria pluralità ecclesiale, con tredici Chiese diverse, tra cattoliche e non cattoliche, che testimoniano una ricchezza di tradizioni unica al mondo. Tuttavia, questa varietà istituzionale non si traduce in una presenza sociale significativa. Schnabel ha descritto una situazione paradossale: proprio nei luoghi dove si sono svolti gli eventi fondanti del cristianesimo, le comunità cristiane rischiano di scomparire. Il timore, ha affermato, è che la Terra Santa possa trasformarsi in una sorta di “Disneyland cristiana”, con santuari curati da religiosi ma privi di una vita cristiana quotidiana fatta di famiglie, giovani e comunità vive.
Uno dei fattori principali di questa crisi è la dipendenza economica dal turismo. Circa il 60% dei cristiani di lingua araba vive grazie ai pellegrinaggi, ma il settore non si è più ripreso dal 2019. La pandemia prima e i conflitti successivi hanno ridotto drasticamente l’afflusso di visitatori, lasciando molte famiglie senza mezzi di sostentamento e accelerando l’emigrazione.
L’abate ha inoltre denunciato episodi di ostilità da parte di gruppi ebraici estremisti, parlando di vandalismi, profanazioni e atti intimidatori. Ha però precisato che tali comportamenti non rappresentano l’intera società israeliana, ricordando l’esistenza di gruppi ebraici che difendono attivamente i cristiani e si oppongono a queste violenze.
Nel suo intervento, Schnabel ha criticato anche il cosiddetto “sionismo cristiano”, ritenendolo incompatibile con il Vangelo quando viene utilizzato per giustificare la violenza o ignorare la sofferenza dei palestinesi e delle comunità cristiane locali. Ha ribadito che la posizione della Chiesa in Terra Santa non è schierata politicamente, ma orientata alla dignità umana: non “pro-Israele” o “pro-Palestina”, bensì “pro-umanità”.
Richiamando gli eventi del 7 ottobre 2023, ha ricordato il sacrificio di alcune lavoratrici migranti cattoliche che hanno perso la vita rifiutandosi di abbandonare gli anziani affidati alle loro cure. Per Schnabel, questo gesto rappresenta un esempio autentico di carità cristiana. Ha citato anche una celebrazione funebre in cui si pregò sia per le vittime sia per la conversione di chi compie violenza, sottolineando come questo atteggiamento rifletta profondamente il messaggio evangelico.
Il quadro delineato dall’abate è quello di una Chiesa numericamente quasi invisibile, ma ancora significativa per il suo impegno sociale e spirituale. Le comunità cristiane continuano infatti a sostenere scuole, ospedali e opere caritative, svolgendo un ruolo essenziale nonostante la loro esiguità. Tuttavia, senza una presenza viva e radicata nei luoghi santi, questi rischiano di diventare semplici simboli privi di testimoni. Come ha ricordato Schnabel, non può esserci Annunciazione senza Nazaret, né Natale senza Betlemme, né Pasqua senza Gerusalemme.
