Mentre il Ministero dell’Educazione dell’Ecuador presenta il suo nuovo “Protocollo di accompagnamento” come uno strumento tecnico e umanitario, il popolo ecuadoriano, nella sua parte più viva e radicata nei valori della famiglia, ha alzato la voce per denunciare ciò che realmente si cela dietro tale iniziativa: un passo ulteriore nell’imposizione di un’ideologia estranea alla verità naturale dell’uomo e alla libertà educativa dei genitori. Più di trenta organizzazioni civili, a difesa della vita e della famiglia, hanno espresso con coraggio il loro rifiuto verso un documento che, sotto il pretesto della “non discriminazione”, apre la porta a un pericoloso processo di indottrinamento dei più piccoli.
L’Ecuador, nazione dalle profonde radici cristiane, si trova oggi di fronte a un attacco diretto alla patria potestà, quella sacra responsabilità che nessuna corte, nessun ministero e nessuna ideologia hanno il diritto di espropriare. Il protocollo permette ai minori di identificarsi secondo il proprio “genere autopercipito”, scavalcando la volontà dei genitori e l’autorità educativa della famiglia: un fatto di gravità inaudita, che rovescia il principio stesso dell’educazione come cooperazione tra genitori e istituzioni e che introduce nelle scuole la confusione antropologica del relativismo contemporaneo.
Di fronte a questa imposizione, il popolo non è rimasto in silenzio. Con il grido #NOalProtocoloNiñezTrans, uomini e donne di buona volontà hanno ricordato che la famiglia è il nucleo naturale della società e che i figli non appartengono allo Stato, ma ai genitori che li hanno generati, amati e accompagnati. Non si tratta di intolleranza, come qualcuno tenta di far credere, ma di un legittimo atto di difesa dinanzi a un apparato statale che si arroga il potere di definire persino ciò che un bambino deve pensare di sé.
È un’intrusione giuridica che invade il focolare domestico e destabilizza la libertà di educazione, imponendo un linguaggio artificiale, punendo chi non si piega alla “autopercezione” di turno e minacciando di sanzioni morali e disciplinari chi osa dissentire. L’ideologia gender non è scienza, non è progresso, non è tutela: è la negazione della realtà naturale e della complementarità uomo-donna, elevata a dogma di Stato. Sotto l’apparenza del rispetto e dell’inclusione, si cela una pedagogia del disorientamento che mira a dissolvere le certezze affettive e morali dei bambini, spezzando il legame tra libertà e verità.
È dunque legittimo e doveroso che la società civile ecuadoriana invochi l’annullamento immediato di questo protocollo. Non si tratta di riformarlo, ma di cancellarlo, perché esso nasce da un errore di fondo: credere che l’identità sia un sentimento mutevole e non una realtà inscritta nella natura stessa della persona. La voce di Martha Cecilia Villafuerte, direttrice di “Familia Ecuador”, esprime con lucidità il sentire di migliaia di genitori: lo Stato non può dire ai padri e alle madri come crescere i propri figli, né può sostituirsi a loro nell’educazione morale e affettiva.
L’educazione, per sua natura, è atto d’amore e responsabilità personale, non un laboratorio di ingegneria ideologica. Ecco perché il popolo che si ribella al gender non è un popolo di fanatici, ma di custodi: custodi della verità, della libertà, dell’infanzia. In un tempo in cui il potere cerca di ridefinire persino la natura umana, la loro resistenza è un atto di dignità e di speranza. Difendere i figli dal caos delle ideologie non è solo un diritto, ma un dovere morale, e chi oggi si oppone a questo protocollo in Ecuador difende non solo la propria patria, ma l’umanità intera, minacciata da una cultura che vuole cancellare la differenza, la bellezza e la verità della creazione.
