Il 15 giugno 1994 rappresenta uno spartiacque fondamentale nella geopolitica del Medio Oriente e nella storia delle religioni, segnando l’ufficializzazione dello scambio di ambasciatori e l’apertura delle piene relazioni diplomatiche tra lo Stato di Israele e la Santa Sede.
Questo passo decisivo, arrivato pochi mesi dopo la firma del celebre Accordo Fondamentale del 30 dicembre 1993, metteva fine a decenni di formale distanza, sebbene i contatti informali e i canali sotterranei fossero attivi da tempo.
Per la Santa Sede, il riconoscimento di Israele non era solo un atto politico, ma si inseriva nel solco teologico tracciato dal Concilio Vaticano II e, nello specifico, dalla dichiarazione Nostra aetate del 1965, che aveva rivoluzionato il rapporto della Chiesa cattolica con l’ebraismo, rigettando l’antisemitismo e riscoprendo le radici comuni.
Tuttavia, dal punto di vista strettamente diplomatico, il Vaticano aveva lungamente subordinato il pieno riconoscimento dello Stato ebraico alla risoluzione della questione palestinese, alla tutela delle minoranze cristiane locali e alla definizione di uno statuto speciale internazionale per Gerusalemme, considerata città santa per le tre grandi religioni monoteiste.
Il disgelo dei primi anni Novanta, favorito dal clima di speranza scaturito dalla Conferenza di Madrid e dagli Accordi di Oslo, convinse Papa Giovanni Paolo II che fosse giunto il momento di formalizzare i rapporti, convinto che la presenza di un Nunzio Apostolico a Tel Aviv e di un ambasciatore israeliano a Roma potesse offrire alla Chiesa una voce più incisiva nel processo di pace.
Il percorso avviato nel 1994 non è stato privo di ostacoli ed è stato caratterizzato da un’alternanza di storici momenti di vicinanza e profonde fasi di stallo.
Gli anni successivi alla firma dell’Accordo Fondamentale sono stati segnati da complessi negoziati bilaterali, in particolare per quanto riguarda lo status giuridico ed economico della Chiesa cattolica in Israele, la gestione delle proprietà ecclesiastiche e le esenzioni fiscali, questioni tecniche che ancora oggi trascinano discussioni mai del tutto risolte.
Nonostante i nodi burocratici, la dimensione profetica del dialogo ha vissuto vette altissime grazie ai pellegrinaggi papali.
Il viaggio di Giovanni Paolo II nel 2000, nell’anno del Grande Giubileo, con la commovente immagine del Pontefice che prega al Muro del Pianto lasciando un biglietto di richiesta di perdono per le colpe dei cristiani verso gli ebrei, ha impresso un’accelerazione emotiva e spirituale straordinaria.
Successivamente, anche Benedetto XVI nel 2009 e Francesco nel 2014 hanno confermato questa consuetudine, ribadendo l’indissolubilità del legame tra la cattedra di Pietro e la Terra Santa.
Al contempo, però, le fiammate del conflitto israelo-palestinese, come la Seconda Intifada o le cicliche operazioni militari nella Striscia di Gaza, hanno costantemente messo alla prova la diplomazia d’oltretevere, spingendo il Vaticano a mantenere una delicata linea di equilibrio: da un lato la ferma condanna del terrorismo e la difesa del diritto di Israele a esistere e difendersi, dall’altro la denuncia delle sofferenze della popolazione civile palestinese e il sostegno alla soluzione dei due Stati.
Negli ultimi anni, e in particolare a seguito dei tragici eventi che hanno sconvolto la regione a partire dall’autunno del 2023, i rapporti tra la Santa Sede e Israele hanno attraversato una delle fasi più complesse e tese della loro storia trentennale.
L’orribile attacco terroristico perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 e la successiva, massiccia, risposta militare israeliana nella Striscia di Gaza hanno riacutizzato vecchie frizioni e aperto nuovi fronti di discussione diplomatica.
Papa Francesco ha cercato sin da subito di muoversi su un binario di profonda empatia umana e fermezza morale, condannando senza appello l’azione di Hamas, chiedendo l’immediato rilascio degli ostaggi israeliani e ricevendo in Vaticano a più riprese i familiari dei prigionieri per dare un segnale di vicinanza concreta.
Allo stesso tempo, le ripetute dichiarazioni del Pontefice e dei vertici della Segreteria di Stato, tra cui il Cardinale Pietro Parolin e l’Arcivescovo Paul Richard Gallagher, volte a deplorare l’altissimo tributo di vite umane tra i civili palestinesi e a invocare un cessate il fuoco permanente, hanno suscitato forti reazioni e malumori da parte del governo di Tel Aviv e delle istituzioni israeliane, che hanno talvolta percepito la posizione vaticana come un’equiparazione moralmente inaccettabile tra lo Stato aggredito e l’organizzazione terroristica.
Questa tensione si è manifestata chiaramente anche in occasione di importanti ricorrenze diplomatiche.
Nel corso del 2024, anno in cui ricorreva il trentennale dello stabilimento delle relazioni formali, l’atmosfera non è stata propriamente festosa, bensì caratterizzata da un dialogo franco, serrato e non privo di asprezze.
Durante le celebrazioni ufficiali e i successivi incontri istituzionali svoltisi anche nei mesi più recenti, i rappresentanti vaticani non hanno nascosto la preoccupazione per il deterioramento della situazione sul campo e per l’aumento degli atti di intolleranza e vandalismo anti-cristiano compiuti da estremisti ebrei a Gerusalemme e in altre aree del Paese, episodi puntualmente condannati dalle autorità israeliane ma che alimentano l’inquietudine della Santa Sede per la sopravvivenza stessa delle comunità cristiane locali.
Dal canto suo, il nuovo ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, subentrato nel corso di questa delicata transizione geopolitica, ha ribadito la centralità del canale diplomatico proprio nei momenti di crisi, sottolineando che, sebbene le critiche alle scelte politiche del governo israeliano siano legittime in un contesto democratico, la Santa Sede deve guardarsi dal rischio di indebolire l’immagine dell’unica democrazia del Medio Oriente in un momento di minaccia esistenziale.
Guardando allo scenario attuale e al Pontificato di Leone XIV, il canale diplomatico tra il Vaticano e Israele resta fondamentale e insostituibile, configurandosi come un termometro sensibile non solo della politica mediorientale, ma del più ampio dialogo interreligioso globale.
La ricorrenza, nel 2025, dei sessant’anni della dichiarazione Nostra aetate ha offerto una sponda ideale per ricordare come il piano teologico dell’amicizia ebraico-cristiana sia ormai solido e irreversibile, capace di resistere anche alle bufere della contingenza politica.
Nonostante le divergenze interpretative sulla condotta della guerra e sul futuro assetto della Palestina, la diplomazia pontificia continua a proporsi come un ponte neutrale, insistendo sulla necessità di non separare mai il dialogo con il popolo ebraico da quello con lo Stato di Israele, ma rifiutando al contempo l’indifferenza etica di fronte al dramma dei civili di ogni nazionalità e fede.
La sfida attuale consiste nel trasformare le frizioni del presente in un’opportunità di confronto maturo, dove la cooperazione su temi universali possa affiancare la complessa ricerca di una formula politica che garantisca finalmente la sicurezza di Israele e il diritto dei palestinesi a una patria, sotto lo sguardo attento di una Chiesa che non smette di invocare la pace per la terra in cui è nata.
GIUSEPPE CANISIO
