di Giuseppe Canisio
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LA LUNGA OMBRA DELL’ESTREMISMO CHE AVANZA ANCHE IN EUROPA
La cacciata dell’imam Youssef Msibih dalla moschea Bilal di Alkmaar, nei Paesi Bassi, non è soltanto una notizia di cronaca religiosa. È un sintomo. È un grido. È il riflesso di una malattia profonda che attraversa ormai senza più confini l’intero corpo dell’Islam contemporaneo: l’intolleranza verso il dialogo, la demonizzazione dell’altro, l’odio verso chi osa allungare una mano invece di alzare un pugno.
Il fatto che questo ostracismo non provenga da una dittatura teocratica mediorientale, ma da una comunità musulmana in piena Europa, ci obbliga a una riflessione molto più radicale: il problema dell’estremismo islamico non è confinato alle periferie del Levante.
È qui, tra noi. È dentro le moschee delle nostre città. È protetto dal silenzio colpevole di troppi, e dalla paura, forse, di chi dovrebbe alzare la voce.
Il viaggio compiuto da una delegazione di imam europei a Gerusalemme rappresentava un atto di coraggio. Non solo perché compiuto in un tempo di guerra e tensione, dopo il massacro del 7 ottobre e sotto la minaccia costante di missili e attentati, ma soprattutto perché infrangeva un tabù: quello della “normalizzazione” con Israele.
Per molti musulmani, persino in Europa, parlare con lo Stato ebraico, visitarne le istituzioni, onorarne i caduti, equivale a tradimento. Tradimento verso la causa palestinese, verso l’umma, verso Allah stesso.
Eppure quegli imam hanno voluto mostrare un volto diverso dell’Islam, quello che cerca il confronto e la pace. Hanno visitato Yad Vashem, il memoriale della Shoah, e hanno pianto per milioni di ebrei sterminati dai nazisti. Hanno camminato nella Città Vecchia di Gerusalemme, accanto a rabbini e sacerdoti cristiani, senza odiare. Hanno testimoniato che non tutto l’Islam è Hamas, che non tutto l’Islam è Hezbollah, che non tutto l’Islam sogna la distruzione di Israele.
Per questo sono stati puniti. L’imam Msibih è stato immediatamente destituito dal suo incarico ad Alkmaar. Nessuna spiegazione teologica, nessun procedimento disciplinare: solo l’annuncio gelido che la moschea “non ha più alcun rapporto con lui”. Come se fosse un appestato. Come se avesse contratto il virus del sionismo. È il nuovo crimine capitale dell’Islam radicale: voler vivere in pace con gli ebrei.
Ma ciò che più colpisce e inquieta è che questo accade in Europa. Non a Teheran. Non a Damasco. Non a Gaza. Accade nei Paesi Bassi, nella civilissima Olanda, dove l’integrazione dovrebbe essere un pilastro e la libertà religiosa un diritto sacrosanto.
Evidentemente non per tutti. Evidentemente, esistono comunità islamiche che vivono in piena democrazia ma rigettano ogni principio democratico. Esistono imam che beneficiano delle tutele europee, ma al primo viaggio in Israele vengono trattati come apostati.
Esiste un doppio standard inquietante: se un musulmano rifiuta l’odio, viene isolato. Se abbraccia la pace, viene espulso. Se dialoga con un ebreo, viene minacciato di morte.
Il caso di Hassen Chalghoumi, presidente della Conferenza degli imam di Francia, è emblematico. Chalghoumi è costretto a tenere le prediche indossando un giubbotto antiproiettile. Cambia casa ogni pochi mesi per sfuggire alle minacce. Il suo unico “reato”? Aver affermato che Israele rappresenta “il mondo della fratellanza, dell’umanità, della compassione”, e aver definito Hezbollah col suo vero nome: Partito di Satana.
Parole che nella bocca di un vescovo o di un rabbino sembrerebbero comuni. Ma che, nella bocca di un imam, si pagano con la vita. Chalghoumi è considerato un “imam sionista”, un “traditore”. I suoi nemici non si nascondono. Non hanno bisogno di farlo: agiscono nelle moschee, nei centri culturali, nelle università, protetti dalla tolleranza codarda di chi, in nome del multiculturalismo, chiude gli occhi.
Lo stesso copione si ripete ovunque. In Egitto, la saggista Dalia Ziada ha dovuto fuggire dopo essere stata minacciata dagli estremisti islamici per aver partecipato a una semplice videoconferenza con partecipanti israeliani. Sua madre è stata minacciata fisicamente nella propria casa. Non per aver compiuto un attentato, ma per aver pensato liberamente.
In Algeria, il romanziere Boualem Sansal è rinchiuso da oltre duecento giorni in una cella di nove metri quadrati. La sua colpa? Aver partecipato nel 2012 a un festival letterario a Gerusalemme e aver detto, con ingenua sincerità, di essere “tornato felice”. Parole inaccettabili per un regime che ha fatto della lotta contro Israele una religione parallela. Non importa che Sansal sia un intellettuale stimato. Non importa che abbia scritto contro ogni fanatismo. L’ha fatto da algerino, e da musulmano. Questo è imperdonabile.
Non stiamo parlando di eccezioni, di casi isolati. Stiamo parlando di un sistema. Un sistema che non tollera la dissidenza interna. Un sistema che ha trasformato l’Islam in una religione di appartenenza ideologica, più che spirituale. Chi si discosta, chi dubita, chi tenta il dialogo, viene espulso, perseguitato, o ucciso. Questo è il vero volto dell’estremismo islamico: non solo violento, ma inquisitorio. Più che uccidere gli infedeli, vuole eliminare i credenti non allineati.
Ma questo sistema, oggi, non si trova più solo a Riyadh o al Cairo. Si è radicato nelle banlieue francesi, nei quartieri islamizzati di Bruxelles, nelle moschee olandesi, nei centri culturali di Milano. L’Europa ospita, nutre e protegge i nuovi inquisitori. Lo fa con i sussidi pubblici, lo fa con il silenzio delle autorità religiose e politiche, lo fa con la complicità della stampa, pronta a bollare ogni denuncia come “islamofobia”. Intanto, gli imam della pace vengono banditi. Gli intellettuali vengono messi a tacere. Le minoranze musulmane moderate vengono ridotte al silenzio.
C’è un’ipocrisia profonda nel cuore dell’Occidente. Si difendono i diritti LGBT, ma si chiude un occhio quando nelle moschee si predica l’odio contro le donne e gli omosessuali. Si invoca il pluralismo, ma si accetta che chi va in Israele venga trattato come un criminale. Si finanziano progetti di “integrazione”, ma non si ha il coraggio di pretendere che i predicatori islamici riconoscano il diritto di Israele a esistere, o la Shoah come tragedia universale.
Fino a quando? Fino a quando tollereremo che la religione venga usata come scudo per l’odio? Fino a quando lasceremo soli coloro che, nel mondo musulmano, lottano per la pace?
Youssef Msibih, Hassen Chalghoumi, Dalia Ziada, Boualem Sansal non sono eroi per noi. Sono voci scomode. Eppure sono le uniche che possono salvare l’Islam da se stesso. Se non li ascoltiamo, se non li proteggiamo, se non diamo loro il diritto di parlare, allora ci condanniamo a vivere in un mondo dove la parola “dialogo” sarà una bestemmia, e la pace una colpa.
E sarà troppo tardi.
Foto di copertina di Halit küçükbakar da Pixabay
