Il 13 novembre 2015, Parigi fu colpita da una serie coordinata di attentati terroristici perpetrati da estremisti islamisti. Gli attacchi si svolsero principalmente nei I, X e XI arrondissement, coinvolgendo diversi luoghi pubblici: Lo Stade de France, dove si disputava una partita amichevole tra Francia e Germania; Diversi ristoranti e bar nei quartieri centrali (tra cui il Petit Cambodge e il Le Carillon); E soprattutto il teatro Bataclan, dove avvenne il più grave massacro, durante un concerto rock, con oltre 80 vittime. In totale, 130 persone furono uccise e oltre 350 rimasero ferite, in quello che è ricordato come il più sanguinoso attentato in Francia dalla Seconda guerra mondiale.
Quel giorno rimane inciso come una ferita aperta nella memoria dell’Europa e dell’umanità intera. In quella notte terribile, la città di Parigi, cuore della civiltà europea, fu sconvolta da una serie coordinata di attentati terroristici che seminò morte, dolore e paura. Centotrenta vite innocenti furono spezzate nel nome di un’ideologia, l’Islam, che ha travisato Dio per trasformarlo in un’arma di odio. Mentre allo Stade de France riecheggiava l’eco di una partita, nei ristoranti del centro si consumava la quotidianità, e al Bataclan la musica cercava di unire, la furia cieca del fanatismo islamista colpiva con la precisione e la crudeltà di chi non conosce pietà. Quel sangue versato non è solo il ricordo di una tragedia nazionale: è un grido che ancora interpella la coscienza dell’Europa.
A dieci anni da quei fatti, il mondo occidentale sembra aver dimenticato la lezione di quella notte. Si è voluto archiviare il dolore con la retorica del “vivere insieme”, con il mito di un multiculturalismo che, anziché integrare, dissolve. Ma un continente che non sa più chi è, che non sa più da dove viene, diventa terreno fertile per ogni ideologia distruttiva. Il terrorismo islamista non è nato nel vuoto: esso prospera nel vuoto spirituale dell’Europa secolarizzata, che ha rinnegato le proprie radici cristiane per abbracciare un relativismo senza volto e senza speranza. E mentre le chiese si svuotano, le moschee si moltiplicano; mentre i crocifissi vengono rimossi in nome della tolleranza, la fede dei martiri viene derisa come anacronistica. In nome di un malinteso senso di accoglienza, abbiamo smarrito la prudenza; in nome della pace, abbiamo confuso la resa con la carità.
Il cristiano autentico non odia, ma discerne. Egli sa che non ogni uomo che professa l’islam è un nemico, ma sa anche che esiste una corrente ideologica, armata e radicale, che mira a sradicare ciò che resta della civiltà cristiana in Occidente. E l’errore più grande sarebbe chiudere gli occhi, fingere che tutto sia un incidente della storia. Il male esiste, ed è reale: si veste di falsa religione, si nutre del vuoto morale dell’Occidente, e attacca ciò che resta della fede dei padri. Contro questo male non bastano leggi, né slogan, né vigilanza armata: serve una rinascita spirituale, una conversione del cuore, un ritorno alla croce di Cristo, unico segno di speranza nel buio del fanatismo.
Il 13 novembre non è solo una data da commemorare, ma un appello da raccogliere. Ogni vittima di quella notte chiede che l’Europa risorga dal torpore, che ricordi chi è: la culla della cristianità, la terra dei santi, dei martiri, dei costruttori di cattedrali, dei pensatori che seppero unire fede e ragione. Se l’Europa dimentica il Vangelo, non avrà più la forza di difendere la propria libertà. Il terrorismo islamista non vincerà con le armi, ma con l’indifferenza e la rassegnazione di un popolo che ha smesso di credere.
Oggi, più che mai, è tempo di vigilare, ma anche di pregare. Tempo di ricostruire, ma a partire dall’anima. Tempo di difendere le frontiere, ma soprattutto il cuore spirituale della nostra civiltà. Perché una società che rinnega Cristo perde la luce e consegna se stessa alle tenebre. Il 13 novembre 2015 ci ricorda che la libertà non è un bene scontato, ma un’eredità da custodire. E solo un’Europa fedele alla sua identità cristiana potrà resistere al vento del nichilismo e del terrore. Non basta dire “non dimentichiamo”. Bisogna ricordare per convertirsi, per rinascere, per tornare a essere ciò che siamo sempre stati: un popolo redento dalla Croce, custode di una speranza più forte della morte.

La storiella – tragica – dell’islamismo terrorista è ormai solo una favola per bambini. Perfino il Dip.di Stato USA ha dovuto ammettere, in tribunale, di aver creato Al Qaeda (Al chai da, in ebraico) ed è stato confermato da H.Clinton in una audizione in Commissione del Congresso/Senato. Le conferme al riguardo sono talmente tante e disseminate ovunque che chi vuole continuare a sostenere tale farsa non puo’ che essere definito complice. In arabo non esistono gli acronimi: ISIS non significa “Islamic State of Iraq and Syria” ma Israel Secret Intelligence Service. Lo sanno tutti ormai, a parte l’estensore dell’articolo; poco o volutamente non informato.