Con un atto tanto inatteso quanto necessario, l’Italia ha compiuto un passo storico che risuona in tutta Europa e nel mondo libero: il rifiuto formale e totale degli emendamenti 2024 al Regolamento Sanitario Internazionale dell’OMS, approvati alla 77ª Assemblea Mondiale della Sanità.
Il 18 luglio 2025, con una lettera ufficiale indirizzata al direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha affermato con chiarezza e determinazione che l’Italia non intende più cedere sovranità, libertà e dignità a organismi sovranazionali non eletti, sempre più invadenti e autoritari.
Una decisione limpida, coraggiosa e di straordinaria importanza simbolica e politica, che segna l’inizio di una nuova fase della storia repubblicana e della lotta per la libertà sanitaria.
Dopo anni bui, dominati da imposizioni, discriminazioni e propaganda unidirezionale, finalmente si volta pagina.
Il popolo italiano, rappresentato da un governo che ha avuto il coraggio di rompere con le logiche del pensiero unico, può rialzare la testa.
Il rifiuto dell’Italia non è solo un atto amministrativo: è una dichiarazione di principio, una presa di posizione netta contro la tecnocrazia sanitaria, contro la gestione delle emergenze fatta a colpi di decreti e ordinanze, senza passaggi parlamentari, senza ascoltare i cittadini, senza rispettare le garanzie costituzionali.
Gli emendamenti rigettati non erano affatto innocui: miravano a consolidare un potere smisurato nelle mani dell’OMS, introducendo il concetto vago e arbitrario di “emergenza pandemica”, strumento che avrebbe consentito all’organismo di Ginevra di imporre decisioni vincolanti agli Stati membri anche in assenza di una reale minaccia sanitaria, e perfino di gestire l’informazione, limitando il diritto alla libertà di parola e di espressione.
In poche parole, si voleva legittimare un sistema di governo sanitario globale, opaco, non democratico, incapace di assumersi responsabilità ma pronto a esercitare un controllo capillare sulle popolazioni.
Tutto questo senza alcun mandato popolare, senza dibattito, senza trasparenza.
Di fronte a tale pericolo, il gesto del governo Meloni assume una portata epocale: per la prima volta un Paese dell’Unione Europea si dissocia apertamente dalla narrativa dominante e riafferma la propria autodeterminazione in materia sanitaria.
Un gesto che ha già fatto eco presso numerosi movimenti di liberi cittadini, associazioni per i diritti civili, medici indipendenti e intellettuali critici nei confronti della gestione pandemica degli ultimi anni.
Finalmente una voce fuori dal coro, finalmente uno Stato che ricorda all’OMS e ai suoi sponsor che esiste ancora una Costituzione, che esistono ancora i popoli, che la libertà non è un lusso ma un diritto inalienabile.
Inutile dire che la reazione del fronte globalista è stata immediata: da certi settori politici, in particolare del centrosinistra, si sono levate accuse e allarmi, parlando di “passo indietro pericoloso”.
Ma è proprio questo linguaggio che tradisce la distanza abissale tra chi ancora crede in un’Europa dei popoli liberi e chi sogna una tecnocrazia sanitaria permanente.
L’Italia ha scelto di stare dalla parte della libertà, rifiutando l’idea di uno “stato d’emergenza permanente” in cui ogni aspetto della vita può essere subordinato a presunte direttive “scientifiche” spesso contraddittorie, ideologizzate, o piegate a interessi industriali.
E ha detto no anche alla medicalizzazione forzata, all’uso politico della scienza, alla riduzione del cittadino a paziente da gestire in massa, anziché persona da rispettare nella sua autodeterminazione.
In tutto questo, la scelta del governo Meloni si inserisce in un solco che non è isolato: gli Stati Uniti, già sotto l’amministrazione Trump, avevano rifiutato simili imposizioni; altri Paesi stanno ora valutando scelte analoghe.
L’Italia non è più sola. È in prima linea in una battaglia di civiltà che riguarda non solo la salute, ma l’identità democratica dell’Occidente.
Noi, che da anni denunciamo i pericoli di una gestione globale, centralizzata, e profondamente ideologica della sanità, non possiamo che gioire di fronte a questo gesto di rottura.
Perché è anche una vittoria di chi ha avuto il coraggio di dire no, quando tutti dicevano sì. Di chi ha rifiutato il conformismo, quando dissentire significava rischiare l’emarginazione sociale. Di chi ha creduto nella libertà, anche quando era impopolare.
E ora il vento sta cambiando. L’Italia, con questa scelta storica, dimostra che un’altra via è possibile. Una via fondata sul rispetto della sovranità nazionale, della persona, della pluralità scientifica e del dibattito democratico.
È un segnale per l’Europa intera: i popoli non sono greggi da governare con strumenti digitali, algoritmi sanitari e ordini calati dall’alto. I popoli hanno diritto a decidere. Hanno diritto a dubitare. Hanno diritto a dire no. Questa è la grande lezione che il governo Meloni ha dato al mondo. Una lezione di dignità, di orgoglio, di speranza. E noi siamo con lei, con l’Italia che sceglie la libertà.
