Il 12 novembre 2003 rimarrà per sempre impresso nella memoria della Nazione come una delle giornate più dolorose e al tempo stesso più nobili della nostra storia recente.
A Nāṣiriyya (Nassiriya), in Iraq, ventitré vite furono spezzate da un vile attentato suicida: diciannove di quei caduti portavano il tricolore sul cuore — dodici Carabinieri, cinque soldati dell’Esercito Italiano, due civili. Erano uomini in missione di pace, servitori dello Stato che avevano lasciato la patria, le famiglie, gli affetti, per testimoniare nel mondo il volto buono dell’Italia: quello del sacrificio, del dovere, della dedizione silenziosa.
Non erano conquistatori, ma costruttori di speranza; non portavano armi per opprimere, ma per difendere la vita e la libertà di altri popoli. Il loro sangue, versato su una terra lontana, non è stato vano: esso si mescola idealmente a quello di tutti gli italiani che, nei secoli, hanno dato la vita per la patria e per la civiltà cristiana dell’Occidente.
In quel tragico giorno, l’Italia intera si scoprì più unita, più consapevole del valore dei propri figli in divisa. La commozione, il dolore, il silenzio delle piazze durante i funerali di Stato furono la testimonianza di una Nazione che sa ancora inginocchiarsi davanti al sacrificio dei suoi eroi.
Nāṣiriyya non è solo il nome di un attentato, ma un simbolo: il simbolo di un’Italia che non dimentica, che riconosce nei suoi caduti non la vittima di una follia, ma il martire di una missione.
Oggi, a distanza di anni, il ricordo di quei diciannove italiani deve continuare a bruciare come fiamma viva nel cuore del Paese: essi rappresentano il volto più alto e più puro dell’amor di patria, la fedeltà fino all’estremo, la testimonianza che la libertà e la pace hanno sempre un prezzo, e che quel prezzo si chiama sacrificio.
A loro, il nostro silenzioso grazie, che è insieme promessa e impegno: l’Italia non dimenticherà mai i suoi figli di Nāṣiriyya.
