Bondi Beach, una delle spiagge più iconiche e amate dell’Australia, come sappiamo ieri è stata teatro di una tragedia di proporzioni indicibili: mentre migliaia di persone, inclusi membri della comunità ebraica di Sydney, si erano radunate per celebrare il primo giorno di Hanukkah, festa ebraica nota come la Festa delle Luci, due uomini armati, un padre e un figlio, hanno aperto il fuoco sulla folla festante uccidendo almeno 16 persone e ferendone altre 29 in quella che le autorità locali e la polizia del Nuovo Galles del Sud hanno definito senza mezzi termini un attacco terroristico mirato specificamente alla comunità ebraica.
Nel caos seguito agli spari, persone in fuga cercavano riparo tra bar, ristoranti e nella sabbia della spiaggia, mentre gli spari riecheggiavano e frantumavano quella che doveva essere una giornata di gioia e celebrazione: scene di panico, famiglie divise, e un senso di perdita che difficilmente si potrà dimenticare in Australia e oltre i suoi confini.
La dinamica è chiara: uomini armati hanno aperto il fuoco da punti elevati, come un ponte pedonale e una zona parcheggio vicina alla festa organizzata, seminando terrore e morte tra chi si trovava sulla spiaggia per celebrare l’accensione della menorah e condividere con altri la luce simbolica dell’Hanukkah, festa che ricorda la vittoria dei Maccabei e la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme.
La polizia ha reagito neutralizzando uno degli attentatori sul posto e arrestando o mettendo fuori combattimento un altro; sono stati segnalati anche ordigni esplosivi improvvisati nell’auto di uno dei sospetti, a conferma del livello di preparazione e del rischio che la violenza potesse essere ancora maggiore.
Non si tratta di un episodio di violenza casuale o di una sparatoria isolata: le autorità hanno definito l’azione terrorismo antisemitico, con i killer che secondo quanto riferito da funzionari e testimoni avevano preso di mira proprio la comunità ebraica riunita per un evento religioso e culturale pacifico.
Il fatto che il bersaglio fosse un evento di Hanukkah – simbolo di resistenza e di speranza – non è un dettaglio marginale ma parte integrante del significato di questo attacco feroce. Leader politici, tra cui il Primo Ministro australiano Anthony Albanese e rappresentanti internazionali come il Primo Ministro scozzese John Swinney e il Re Carlo III, hanno espresso profonda condanna, definendo la strage atto di terrorismo antisemitico e promettendo solidarietà alla comunità colpita e misure per prevenire ulteriori ondate di violenza e odio antisemita in altri contesti.
In molti giornali inglesi e australiani si sottolinea la dimensione imprevedibile e brutale di questo attacco: l’Australia è un paese con leggi stringenti sulle armi e con relativamente pochi episodi di violenza di massa nella sua storia recente, tanto che questa tragedia viene considerata la più letale dalla strage di Port Arthur del 1996.
Tuttavia, la natura mirata dell’azione, la scelta di un evento ebraico e il clima internazionale di tensione antisemita e sollevano domande inquietanti sulle condizioni sociali e culturali che permettono a certi messaggi di odio di degenerare in violenza efferata.
E qui tocchiamo un punto centrale: il terrorismo non nasce nel vuoto, e non si può analizzare come se fosse un fenomeno a sé stante, scollegato dal contesto più ampio di retoriche di odio, estremismi e conflitti che attraversano oggi società occidentali e mediorientali.
Che ci si trovi a Sydney, Londra o New York, l’odio verso gli ebrei come comunità – che si traduce in attacchi diretti alle loro celebrazioni religiose – ha delle radici che affondano in decenni di tensioni, propaganda e, sì, di alimentazione reciproca di rancori tra fazioni pro e contro vari attori internazionali.
Per troppo tempo, troppe parole di odio, troppe semplificazioni sul conflitto israelo-palestinese e troppe narrative che polarizzano intere comunità hanno contribuito a creare un clima in cui alcuni individui o gruppi estremisti si sentono legittimati a trasformare l’odio in carnefice e vittime innocenti in numeri su un bollettino di cronaca.
Sebbene le motivazioni individuali dei colpevoli di Bondi Beach debbano essere accertate dalle indagini, il fatto stesso che un evento ebraico sia stato scelto come bersaglio non può essere disgiunto dal più ampio contesto globale di antisemitismo persistente e di messaggi d’odio che circolano nell’era digitale e politica contemporanea, in particolare di matrice islamica e da parte dei non musulmani Pro Pal.
Inoltre, la reazione immediata di molte persone – come il civile che coraggiosamente ha affrontato uno dei tiratori per disarmarlo, potenzialmente salvando molte vite – mostra che resistere a questo odio e alla violenza è possibile, ma richiede impegno collettivo, vigilanza istituzionale e un rifiuto netto di qualsiasi forma di intolleranza che possa degenerare in terrorismo vero e proprio.
Se non affrontiamo con sincerità le radici dell’odio e del pregiudizio, rischiamo di trovarci di fronte a nuovi Bondi Beach in altri luoghi e altri momenti.
Questa tragedia – un attacco terroristico con vittime innocenti in una giornata di festa – è una ferita aperta non solo per la comunità ebraica australiana ma per chiunque creda nei valori di convivenza pacifica e rispetto reciproco. Ignorare la dimensione ideologica e sociale di questo atto sarebbe un errore storico; negare l’incidenza di un clima di odio alimentato da narrativi estremisti significherebbe non imparare nulla da una tragedia che avrebbe dovuto essere semplicemente una celebrazione di luce e speranza.

Un antico detto cristiano recita:” Chi semina vento, raccoglie tempesta”. Tra le vittime il rabbino sionista estremista di Chabad Lubavich Eli Schlanger, sostenitore della pulizia etnica a Gaza e anche il reporter del Jerusalem Post Arsen Ostrovsky, altro fanatico che sosteneva la guerra all’Iran. Purtroppo solo il Cristianesimo vuole la pace. Gli altri ne parlano e basta.
La violenza su base religiosa va sempre denunciata ed è giusto indignarsi. Mi chiedo se i 3100 cristiani uccisi per la loro fede in Nigeria, solo nel 2025, hanno o avranno lo stesso risalto mediatico delle vittime in Australia.