Nella notte tra il 3 e il 4 luglio 1976, il mondo assistette a una delle operazioni militari di salvataggio più audaci, complesse e logisticamente sbalorditive della storia moderna. Denominata inizialmente Operazione Tuono e successivamente ribattezzata Operazione Yonatan, l’azione fulminea delle forze di difesa israeliane (IDF) presso l’aeroporto di Entebbe, in Uganda, ridefinì i limiti della lotta internazionale al terrorismo degli anni Settanta, lasciando un segno indelebile nella memoria geopolitica globale e un profondo solco emotivo nella storia dello Stato d’Israele.
Tutto era cominciato una settimana prima, il 27 giugno. Il volo Air France 139, un Airbus A300 partito da Tel Aviv e diretto a Parigi con uno scalo ad Atene, venne dirottato poco dopo il decollo dalla capitale greca. A bordo vi erano 248 passeggeri e 12 membri dell’equipaggio. Il commando di dirottatori era composto da quattro terroristi: due appartenenti al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e due tedeschi, membri delle Revolutionäre Zellen (Cellule Rivoluzionarie), tra cui Wilfried Böse e Brigitte Kuhlmann. Dopo una sosta tecnica a Bengasi, in Libia, l’aereo fece rotta verso l’Uganda, atterrando all’aeroporto di Entebbe con il beneplacito e il supporto logistico del dittatore locale Idi Amin Dada, figura eccentrica e sanguinaria che cercò immediatamente di strumentalizzare la crisi a proprio vantaggio politico.
A Entebbe, la situazione assunse contorni drammatici ed evocativi di vecchi fantasmi storici. I dirottatori, spalleggiati dai soldati ugandesi, procedettero alla “selezione” dei passeggeri: i cittadini israeliani e gli ebrei di altre nazionalità vennero separati dal resto del gruppo e trattenuti nel vecchio terminal dell’aeroporto, mentre la maggior parte degli altri ostaggi venne rilasciata nei giorni successivi. L’equipaggio francese, guidato dal comandante Michel Bacos, compì una scelta di straordinario valore umano e professionale, rifiutandosi categoricamente di abbandonare i passeggeri ebrei e decidendo di restare prigioniero insieme a loro. Le richieste dei terroristi erano perentorie: il rilascio di oltre 50 militanti palestinesi ed extraparlamentari detenuti in Israele e in vari paesi europei, pena l’esecuzione sommaria degli ostaggi a partire dal 4 luglio.
A Tel Aviv, il governo guidato dal Primo Ministro Yitzhak Rabin si trovò di fronte a un dilemma straziante. Trattare significava cedere al ricatto terroristico e violare la ferrea dottrina di sicurezza nazionale; non farlo significava condannare a morte certa oltre cento connazionali bloccati a quattromila chilometri di distanza, in un paese ostile. Mentre i canali diplomatici venivano tenuti aperti per guadagnare tempo prezioso, i vertici militari israeliani iniziarono segretamente a pianificare l’impossibile. L’intelligence raccolse informazioni cruciali, sfruttando persino il fatto che il terminal di Entebbe era stato costruito anni prima da un’impresa edile israeliana, il che permise di ricostruire in patria un modello in scala reale della struttura per potervici addestrare i corpi speciali.
Il piano definitivo fu approvato all’ultimo momento disponibile. Nel pomeriggio del 3 luglio, quattro aerei da trasporto C-130 Hercules dell’aeronautica israeliana decollarono in segreto, volando a bassissima quota sopra il Mar Rosso per sfuggire ai radar egiziani e sauditi, lungo una rotta di oltre 4.000 chilometri. A bordo vi erano i membri della Sayeret Matkal, l’unità d’élite d’assalto della difesa israeliana. Per ingannare le guardie ugandesi e avvicinarsi al terminal senza destare sospetti, i pianificatori orchestrarono uno stratagemma cinematografico: dal primo Hercules atterrato a fari spenti uscì una Mercedes nera identica a quella usata dal dittatore Idi Amin Dada, scortata da due Land Rover.
L’effetto sorpresa funzionò, ma solo parzialmente. Due sentinelle ugandesi compresero che l’auto non era quella del presidente (Amin aveva recentemente acquistato un modello più nuovo e bianco) e ordinarono l’alt. I commando israeliani aprirono il fuoco con pistole silenziate, ma una raffica di mitra non silenziata da una delle Land Rover ruppe il silenzio della notte, allertando il presidio. L’assalto si trasformò istantaneamente in una corsa contro il tempo a viso aperto. I soldati israeliani irruppero nel terminal urlando ai megafoni in ebraico e in inglese di rimanere a terra. In una manciata di minuti di feroce conflitto a fuoco, tutti i dirottatori e diverse decine di soldati ugandesi vennero neutralizzati.
Il bilancio umano dell’operazione fu miracolosamente contenuto, ma non privo di dolorosi lutti. Tre ostaggi rimasero uccisi durante la sparatoria concitata all’interno del terminal; una quarta ostaggia anziana, Dora Bloch, che era stata precedentemente trasferita in un ospedale di Kampala per un malore, venne brutalmente assassinata per ritorsione dagli uomini di Idi Amin nei giorni successivi al raid. Ma la perdita più devastante e simbolica per il contingente militare israeliano fu quella del comandante della forza d’assalto sul campo: il tenente colonnello Yonatan “Yoni” Netanyahu.
Fratello maggiore del futuro Primo Ministro Benjamin Netanyahu, Yoni era un ufficiale carismatico, colto e profondamente stimato dai suoi uomini. Venne colpito a morte al petto da un cecchino ugandese appostato sulla torre di controllo mentre coordinava l’evacuazione dei passeggeri verso gli aerei da trasporto. La sua scomparsa privò l’esercito di una delle sue menti più brillanti e trasformò l’eroe caduto in un simbolo nazionale di sacrificio e dedizione. In suo onore, lo Stato d’Israele decise ufficialmente di ribattezzare l’intera operazione militare come “Operazione Yonatan”.
Mentre gli Hercules riprendevano il volo verso casa, facendo scalo a Nairobi per fare rifornimento e prestare le prime cure mediche ai feriti, il mondo si svegliò la mattina del 4 luglio incredulo di fronte alla notizia dell’incredibile successo dell’incursione. L’abbraccio dei familiari agli ostaggi liberati sulla pista dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv commosse l’opinione pubblica occidentale, mentre il raid inflisse un colpo durissimo al morale delle organizzazioni terroristiche dell’epoca, dimostrando che nessun rifugio, per quanto lontano, poteva considerarsi sicuro. L’Operazione Entebbe rimase così impressa negli annali della storia militare come il paradigma del coraggio strategico, dell’efficienza logistica e dell’indomita volontà di uno Stato di proteggere i propri cittadini ovunque nel mondo.
