In un’epoca in cui lo sport professionistico sembra sempre più dominato dal marketing, dall’immagine e dalla pressione dei risultati, la figura di Luis de la Fuente Castillo rappresenta una rara combinazione di competenza tecnica, equilibrio umano e profondità spirituale. Nato in Rioja, attuale commissario tecnico della Nazionale spagnola, de la Fuente guida la Roja dal 2022 e ha già scritto pagine memorabili nella storia del calcio europeo.
Sotto la sua direzione, la Spagna ha conquistato la UEFA Nations League 2022-2023 e, soprattutto, la Eurocopa 2024, riportando il trofeo continentale a Madrid dopo dodici anni. Un successo che si inserisce in un percorso eccezionale: prima della Nazionale maggiore, de la Fuente aveva infatti allenato con successo le selezioni Under 19, Under 21 e Under 23, diventando il primo tecnico spagnolo a vincere l’Europeo in tre categorie diverse, un primato che pochi allenatori al mondo possono vantare.
Ma la sua storia non inizia in panchina. Da calciatore, Luis de la Fuente ha vestito maglie prestigiose: con l’Athletic Club di Bilbao ha conquistato due Ligas, una Copa del Rey e una Supercoppa di Spagna, mentre ha militato anche nel Sevilla e nell’Alavés, costruendo una carriera solida e rispettata.
Al di là dei successi sportivi, ciò che colpisce maggiormente in de la Fuente è la semplicità con cui parla della propria fede. In un contesto mediatico spesso diffidente verso ogni forma di religiosità, il commissario tecnico spagnolo ha dichiarato apertamente di essere cattolico, precisando che non si tratta di superstizione, ma di una convinzione profonda.
«La fede è una scelta personale, libera», afferma. Cresciuto in una famiglia cattolica, riconosce di aver ricevuto delle basi, ma sottolinea che la sua adesione alla fede è maturata nel tempo, attraverso la riflessione e l’esperienza. Non per imposizione, ma per convinzione: «Con il passare degli anni mi sono reso conto che è ciò di cui ho bisogno nella mia vita».
Per de la Fuente, la fede non può mai essere imposta: può solo essere proposta. È un atto di libertà che richiede rispetto reciproco, tanto verso chi crede quanto verso chi non crede. Ateismo, agnosticismo, altre religioni: tutto deve muoversi dentro una cornice di rispetto autentico, in cui ognuno possa esprimere la propria verità senza timore.
Nonostante i trionfi, Luis de la Fuente mantiene un atteggiamento sorprendentemente sobrio. Ogni giorno, racconta, ringrazia Dio per le cose essenziali: la salute, la possibilità di lavorare, la presenza della famiglia e degli amici. Non chiede privilegi, ma consapevolezza.
Per lui, la vera ricchezza è potersi svegliare ogni mattina con la possibilità di vivere un nuovo giorno. Il successo sportivo, per quanto importante, viene dopo. Prima c’è la vita, la salute, le relazioni umane. È questa gerarchia di valori che dà equilibrio alla sua figura pubblica.
Nel rapporto con i giocatori, de la Fuente non fa proselitismo. Non impone idee religiose, né cerca di convincere nessuno. Preferisce testimoniare attraverso il comportamento. I suoi valori – generosità, sacrificio, spirito di gruppo, solidarietà – emergono naturalmente nel modo di allenare e di guidare.
Curiosamente, sono proprio questi valori, tipicamente cristiani, ad essere anche quelli più funzionali al successo sportivo. Una squadra che funziona, spiega, è una comunità in cui l’individuo sa mettersi al servizio del collettivo. In questo senso, etica e performance non sono in contraddizione, ma si rafforzano a vicenda.
Il quotidiano del commissario tecnico spagnolo è tutt’altro che rilassante. De la Fuente e il suo staff seguono decine di partite ogni settimana, monitorando costantemente i giocatori selezionabili. Preparano dossier, riunioni, analisi tattiche, piani di allenamento. Il lavoro aumenta esponenzialmente nei periodi di concentrazione e in vista dei tornei.
Consapevole della propria visibilità, de la Fuente considera il suo ruolo anche come una responsabilità sociale. Quando possibile, partecipa ad attività benefiche, eventi solidali e iniziative di volontariato, sia a titolo personale sia attraverso la Real Federación Española de Fútbol.
Secondo lui, una società migliore nasce da piccoli gesti: empatia, attenzione verso gli altri, disponibilità ad aiutare. Non servono grandi discorsi ideologici, ma una pratica quotidiana di solidarietà. Ogni persona, nel suo ambito, può contribuire a rendere il mondo un po’ più umano.
In definitiva, Luis de la Fuente rappresenta un modello controcorrente: un allenatore vincente che non costruisce la propria immagine sulla polemica, sull’ego o sull’eccesso, ma su sobrietà, lavoro e coerenza interiore. La sua fede non è esibita, ma vissuta; i suoi valori non sono slogan, ma stile di vita.
In un calcio sempre più rumoroso, la sua voce pacata ricorda che il vero successo non si misura solo con i trofei, ma con la qualità della persona che si diventa lungo il cammino. E forse è proprio questa, più di ogni altra, la sua vittoria più grande.
