Ci sono immagini che raccontano più di mille convegni sulla scuola, più di mille campagne contro il bullismo, più di mille slogan ministeriali sulla “comunità educante”.
Le immagini dei professori aggrediti a Parma da un gruppo di ragazzi, insultati, accerchiati, colpiti e derisi mentre qualcuno filma tutto ridendo, appartengono a questa categoria.
Non sono soltanto il resoconto di un episodio di cronaca. Sono la fotografia di un Paese che ha smesso di credere nell’autorità, nella responsabilità e perfino nel significato della parola educazione.
La dinamica è ormai tristemente familiare. Un professore richiama un ragazzo per un gesto di maleducazione — una lattina presa a calci contro un’auto parcheggiata — e quel richiamo, che un tempo sarebbe stato considerato normale, persino doveroso, viene percepito come una provocazione intollerabile. Da lì partono gli insulti, poi il branco, poi l’aggressione.
I docenti vengono seguiti nel parco, circondati, minacciati. Uno viene colpito perfino con una cintura. Attorno, risate. Telefoni accesi. Video destinati ai social. La violenza non basta più: deve essere esibita, condivisa, trasformata in spettacolo.
Ed è qui che emerge il punto più inquietante. Non siamo più davanti soltanto a un problema di disciplina scolastica o di disagio giovanile. Qui c’è una mutazione culturale profonda.
L’umiliazione dell’adulto è diventata un rito collettivo. Il professore non è più percepito come figura autorevole ma come bersaglio legittimo, come presenza debole da sfidare pubblicamente per ottenere consenso nel gruppo. Il branco non cerca solo lo scontro: cerca il video, la visibilità, l’approvazione digitale. La violenza diventa linguaggio identitario.
Eppure, davanti a tutto questo, il riflesso automatico di una parte delle istituzioni resta sempre lo stesso: minimizzare, contestualizzare, spiegare, comprendere. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato giustamente di conseguenze dure, dicendo che “non ci deve essere comprensione” per chi aggredisce, per chi incita, per chi ride e per chi diffonde quei video. Ma quasi contemporaneamente è arrivata la risposta burocratica e pedagogica: “la scuola deve educare, non sanzionare”. Una frase apparentemente nobile, ma che in questo contesto rischia di diventare l’ennesima resa.
Perché il punto decisivo è proprio questo: senza sanzione non esiste educazione. È una verità elementare che la nostra società sembra aver dimenticato. Ogni educazione autentica presuppone un limite, una responsabilità, una conseguenza. Un ragazzo che scopre di poter insultare, minacciare e perfino picchiare un professore senza subire conseguenze reali non impara la libertà: impara l’impunità. E l’impunità è la scuola perfetta della violenza.
Negli ultimi anni si è diffusa un’idea profondamente sbagliata secondo cui ogni forma di autorità sarebbe oppressiva. L’adulto che corregge viene descritto come “autoritario”. Il docente severo diventa “problematico”. Chi invoca regole viene accusato di non capire i giovani. E così si è lentamente demolito tutto ciò che rende possibile la convivenza civile: il rispetto dei ruoli, il senso del limite, il riconoscimento dell’autorità legittima.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non soltanto a Parma. Negli ultimi mesi l’Italia ha assistito a un’escalation impressionante di aggressioni contro insegnanti, educatori e personale scolastico. In alcuni casi si è arrivati addirittura all’uso di coltelli dentro gli istituti scolastici.
Ogni episodio viene raccontato come un fatto isolato, ma isolato non è. Esiste un filo che lega questi eventi: il collasso dell’autorevolezza adulta in una società che ha paura di esercitare il proprio ruolo educativo.
Naturalmente nessuno pensa che il problema si risolva soltanto con la repressione. Sarebbe ridicolo sostenerlo. Ma è altrettanto ridicolo pensare che la sola “rieducazione” possa funzionare senza un quadro di responsabilità chiaro e credibile. La pedagogia senza autorità diventa psicologia consolatoria. E soprattutto manda ai ragazzi un messaggio devastante: qualunque comportamento potrà sempre essere spiegato, giustificato, relativizzato.
In fondo, il vero assente di questa vicenda è proprio il concetto di responsabilità personale. Da anni si parla dei giovani solo come vittime: vittime del disagio, dei social, della famiglia, della società, della periferia, della povertà educativa. Tutti fattori reali, certo. Ma un ragazzo resta comunque un soggetto morale, capace di distinguere il bene dal male. Se eliminiamo questa dimensione, allora non esiste più colpa, non esiste più scelta, non esiste più nemmeno educazione. Esistono soltanto individui da “accompagnare”, anche quando trasformano la violenza in spettacolo pubblico.
E c’è un altro elemento che dovrebbe inquietare profondamente. Quei ragazzi non sembrano avere paura di nulla. Non della scuola, non della polizia, non della vergogna sociale, non delle conseguenze. Questo significa che l’intero sistema simbolico dell’autorità si è indebolito. Quando un adolescente arriva a prendere a cinghiate un professore in pieno giorno, davanti agli amici che ridono e filmano, significa che sente di vivere dentro uno spazio senza limiti reali.
In questo vuoto prospera la logica del branco. Vince il più aggressivo, il più violento, il più spavaldo. Non è più la scuola a educare: è il gruppo. Non è più l’adulto a stabilire il confine: è la forza. E quando una società arriva a questo punto, il problema non riguarda più soltanto la sicurezza delle scuole. Riguarda la tenuta stessa del patto civile.
Colpisce poi un dettaglio quasi simbolico: i professori aggrediti non avrebbero intenzione di sporgere denuncia.
Una scelta comprensibile umanamente, forse dettata dal desiderio di evitare ulteriore esposizione o tensione. Ma anche questa rinuncia racconta qualcosa di profondo: la sensazione diffusa che denunciare serva a poco, che il sistema non protegga davvero chi rispetta le regole. Ed è forse questo il messaggio più devastante di tutti.
Per anni si è ripetuto che il problema della società fosse “l’eccesso di repressione”. Oggi vediamo il contrario: una società incapace di difendere chi rappresenta l’ordine educativo minimo. E allora accade che un professore debba avere paura di richiamare uno studente che prende a calci una lattina. Accade che il branco si senta più forte dello Stato. Accade che l’autorità venga trattata come una caricatura impotente.
L’educazione vera non è permissivismo. Non è l’abolizione delle conseguenze. Non è il rifiuto della punizione in nome di una comprensione infinita. Educare significa anche dire no. Significa trasmettere il senso del limite. Significa far capire che alcune azioni hanno un prezzo, non per vendetta ma per giustizia. Perché senza giustizia non esiste alcuna pedagogia possibile.
E forse è proprio questa la domanda che il caso di Parma pone all’Italia intera: vogliamo ancora essere una società capace di distinguere l’autorità dall’oppressione, la disciplina dall’abuso, la responsabilità dalla repressione? Oppure continueremo a confondere ogni richiamo all’ordine con una forma di violenza simbolica, lasciando che la violenza reale cresca indisturbata?
Perché intanto la realtà corre più veloce delle teorie pedagogiche. E la realtà, oggi, mostra professori inseguiti nei parchi, accerchiati da ragazzi che ridono mentre li colpiscono e riprendono tutto con il telefono. Una scena che dovrebbe provocare uno choc nazionale. Non solo per ciò che è accaduto, ma per ciò che rivela: una società che ha progressivamente disarmato l’autorità e ora scopre che il vuoto non resta mai vuoto. Viene sempre riempito da qualcun altro. Spesso dal più violento.
