Il 22 agosto 1922, in una stradina di campagna a Béal na Bláth, nella contea di Cork, cadeva sotto i colpi di un’imboscata repubblicana Michael Collins, una delle figure più rilevanti, contestate e carismatiche della lotta per l’indipendenza irlandese.
La sua morte segnò un punto di svolta drammatico nella travagliata storia dell’Irlanda, avvenendo in un momento di estrema tensione politica e militare, quando la giovane nazione si trovava lacerata dalla guerra civile scoppiata dopo la firma del Trattato anglo-irlandese del dicembre 1921.
Collins, nato nel 1890 a Sam’s Cross, West Cork, aveva avuto una carriera folgorante: dopo essersi distinto come organizzatore supremo dell’IRA e come abile stratega durante la guerra d’indipendenza, era divenuto presidente del Governo Provvisorio e comandante in capo delle forze armate dello Stato Libero, incarnando il difficile equilibrio tra pragmatismo politico e ardore rivoluzionario.
Collins fu l’artefice principale delle trattative con Londra. Egli aveva accettato, pur a malincuore, i termini del trattato che garantivano l’autonomia all’Irlanda del Sud ma al prezzo della permanenza nel Commonwealth britannico e della divisione dell’isola, con l’Irlanda del Nord ancora legata al Regno Unito, decisione che spaccò il movimento repubblicano e innescò un conflitto fratricida.
Nel corso di un’ispezione nel suo Munster natale, Collins, che era solito affrontare rischi personali con una fiducia forse eccessiva nella propria stella, cadde in un’imboscata preparata dalle forze anti-trattato: mentre il suo convoglio transitava per una curva stretta, venne colpito mortalmente alla testa da un proiettile. Aveva soltanto trentadue anni.
La notizia della sua morte scosse profondamente l’opinione pubblica irlandese e mondiale: i suoi sostenitori lo piansero come il leader visionario che avrebbe potuto guidare il nuovo Stato verso una stabilità duratura, mentre i suoi avversari, pur responsabili della sua uccisione, riconobbero il suo valore militare e politico.
Il feretro di Collins, accolto da una folla immensa a Dublino, divenne il simbolo di un’Irlanda divisa ma accomunata dal senso di perdita per un uomo che aveva incarnato la speranza di un popolo.
La sua figura, ancora oggi, rimane per i suoi sostenitori, circondata da un alone di leggenda, sospesa tra il mito dell’eroe caduto giovane e il realismo del politico che scelse il compromesso come via per la libertà.
La morte di Michael Collins non solo segnò l’apice della tragedia della guerra civile, ma lasciò anche un vuoto politico e ideale che condizionò profondamente gli sviluppi della Repubblica d’Irlanda per tutto il XX secolo.
Secondo i suoi detrattori, invece, Michael Collins trovò la morte come l’inevitabile epilogo di una carriera politica segnata dal compromesso e dal tradimento delle aspirazioni più pure della causa irlandese.
Collins, celebrato come brillante stratega della guerra d’indipendenza, fu in realtà colui che piegò la volontà del popolo repubblicano alla logica britannica, firmando il Trattato anglo-irlandese del 1921 che, se da un lato garantiva una parziale autonomia, dall’altro sanciva la permanenza della monarchia inglese come capo di Stato, accettando un giuramento di fedeltà a Londra e, soprattutto, consolidando la brutale divisione dell’isola in due entità, ferita che non si è mai rimarginata.
La sua figura viene spesso dipinta come quella di un pragmatico visionario, ma i fatti dimostrano che egli preferì svendere i principi repubblicani di unità e indipendenza totale in nome di un compromesso che non liberava affatto l’Irlanda, ma la incatenava a una forma di dipendenza mascherata.
Collins non esitò a scatenare la guerra civile contro i suoi stessi compagni d’armi, ordinando l’assalto alla Quattro Corti a Dublino e inaugurando una stagione di sangue fratricida che costò la vita a migliaia di irlandesi.
Egli si fece braccio armato del neonato Stato Libero, strumento docile agli interessi britannici, più preoccupato di reprimere i repubblicani intransigenti che di portare a compimento l’ideale di un’Irlanda unita e sovrana.
La sua morte, pertanto, non fu soltanto un dramma, ma anche la logica conseguenza di una linea politica che aveva tradito i giuramenti fatti a Padraig Pearse e ai martiri del 1916, uomini che avevano immolato la propria vita non per un mezzo Stato, ma per una nazione pienamente libera.
Molti, in Irlanda, piansero Collins come il leader caduto troppo presto, ma altri videro in lui il simbolo di un cedimento storico, di un compromesso codardo che perpetuò la divisione e aprì le porte alla dominazione britannica su una parte dell’isola.
La sua fine violenta, in questo senso, apparve come il segno di una giustizia crudele ma coerente: chi aveva tradito la purezza del repubblicanesimo non poteva che cadere vittima della stessa lotta che aveva contribuito a dividere.
Ancora oggi, la sua memoria rimane controversa: da un lato mito costruito dalla propaganda del nuovo Stato, dall’altro monito per coloro che, fedeli all’ideale repubblicano integrale, non dimenticano come Michael Collins abbia scelto la via del compromesso e del tradimento piuttosto che quella della libertà piena e indivisibile dell’Irlanda.
