Ogni giorno che passa, l’Italia si conferma un Paese in cui morire lavorando non è più un’eccezione, ma una piaga strutturale.
I numeri diffusi dall’Inail sono inaccettabili, vergognosi e parlano da soli: nei primi sei mesi del 2025, 495 denunce di morti sul lavoro, 33 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Aumentano in particolare i decessi “in itinere”, ossia durante il tragitto casa-lavoro, saliti da 104 a 137. In altre parole, oggi in Italia si può morire semplicemente andando al lavoro.
Questo dato, apparentemente “tecnico”, è in realtà un verdetto politico: il sistema produttivo italiano continua a sacrificare esseri umani sull’altare del profitto, dell’efficienza cieca, dell’indifferenza istituzionale.
Non basta più indignarsi. Non basta più proclamare giornate della memoria e intitolare piazze alle vittime. Serve un cambio di paradigma. Serve una rivoluzione culturale e normativa. Serve la volontà, politica prima di tutto, di spezzare questa catena di sangue che lega ogni morte sul lavoro all’inazione dello Stato e alla complicità di chi accetta, copre, minimizza o dimentica.
Le imprese inadempienti, che risparmiano sulla sicurezza, devono essere colpite duramente, non blandamente multate. Il reato di omicidio sul lavoro deve essere tipizzato come tale: non come una fatalità, ma come una responsabilità penale grave, diretta, personale e imprescrittibile.
È necessario istituire un Sistema Nazionale di Vigilanza e Prevenzione unificato, potenziato, autonomo, dotato di ispettori veri, formati e presenti stabilmente nei luoghi di lavoro, a cominciare dai cantieri, dai capannoni industriali, dai magazzini della logistica.
Serve aumentare il numero degli ispettori del lavoro almeno del triplo entro il 2027 e creare un database nazionale unico e trasparente sulle violazioni e gli infortuni, accessibile anche alle rappresentanze sindacali aziendali.
È urgente rendere obbligatoria la formazione permanente sulla sicurezza, con verifiche reali e sanzioni per i datori che non rispettano i percorsi formativi.
Per gli incidenti “in itinere”, spesso legati a turni massacranti, orari spezzati e spostamenti forzati, è necessario un intervento immediato sul tempo di lavoro e i trasporti pubblici.
Serve ripensare i ritmi lavorativi, i tempi di percorrenza, gli incentivi al pendolarismo forzato, rendendo più sicuro il viaggio casa-lavoro attraverso convenzioni pubbliche, trasporti sovvenzionati, smart working e mobilità sostenibile.
Anche il fenomeno degli infortuni tra gli studenti – oggi inclusi nelle statistiche – deve interrogarci con forza. Perché uno studente non dovrebbe rischiare la vita durante un’esperienza scolastica o formativa.
I percorsi scuola-lavoro vanno radicalmente ripensati: basta alternanza senza tutele, basta ragazzi mandati in aziende prive dei minimi standard di sicurezza. Lo Stato deve garantire che ogni stage, ogni tirocinio, ogni progetto formativo si svolga solo in ambienti certificati e supervisionati.
Questa strage silenziosa non si combatte con i comunicati stampa, ma con scelte politiche coraggiose, con investimenti massicci, con la fine della cultura dell’“imprevisto inevitabile”.
Morire di lavoro è una sconfitta totale per una società che vuole definirsi civile. Continuare a contare le vittime, senza agire con decisione, significa essere complici. E questa complicità deve finire adesso.
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