Si è spento a Roma all’età di 90 anni Massimiliano Cencelli, storico funzionario della Democrazia Cristiana il cui nome è legato in modo indissolubile a uno dei concetti più celebri e longevi del lessico politico italiano.
Nato a Roma nel 1936, Cencelli era entrato nella DC nel 1954, intraprendendo una carriera da funzionario di partito che lo portò a collaborare a stretto contatto con figure di primo piano come Adolfo Sarti e Nicola Mancino.
Oltre alla sua attività amministrativa e istituzionale — che lo vide anche primo cittadino del comune marchigiano di Caldarola — la sua figura è passata alla storia per la creazione inconsapevole di un metodo di spartizione del potere divenuto una vera e propria equazione della politica nazionale.
L’origine di quello che i giornalisti avrebbero poi ribattezzato “Manuale Cencelli” risale al congressi democristiano di Milano del 1967.
In quell’occasione, Adolfo Sarti fondò insieme a Francesco Cossiga e Paolo Emilio Taviani la corrente dei “pontieri”, una componente nata con l’obiettivo di fare da ponte tra la maggioranza di partito e le correnti di sinistra.
Ottenuto il 12% dei consensi congressuali, la corrente si trovò ad affrontare la complessa fase di attribuzione dei posti nei direttivi e nelle compagini di governo.
Fu in quel momento che Cencelli ideò un criterio rigorosamente matematico: mutuando la logica delle società per azioni, in cui il peso nel consiglio d’amministrazione viene distribuito in base alle quote possedute, stabilì che la ripartizione degli incarichi di partito e di ministero dovesse avvenire in perfetta proporzione al numero di tessere e di voti ottenuti dalle varie anime democristiane.
Il sistema si basava su un algoritmo empirico che assegnava un punteggio prefissato a ogni tipo di incarico: i ministeri di peso principale valevano un tot di punti, quelli senza portafoglio un valore inferiore, e a scendere venivano conteggiati sottosegretariati, presidenze di commissione e ruoli negli enti pubblici.
Il meccanismo divenne di pubblico dominio poiché, durante le ricorrenti crisi di governo della Prima Repubblica, Adolfo Sarti rispondeva con ironia ai cronisti in cerca di anticipazioni sulla nascita dei nuovi esecutivi invitandoli a rivolgersi direttamente a Cencelli per conoscere i calcoli analitici delle quote.
Quello che era nato quasi come un prontuario pratico d’ufficio racchiuso in poche pagine dattiloscritte si trasformò ben presto nell’emblema stesso della lottizzazione, arrivando a condizionare la gestione dei bilanciamenti interni fino all’avvento della Seconda Repubblica.
Il prontuario non si limitava al mero calcolo delle poltrone, ma delineava anche precise consuetudini per la transizione tra un governo e l’altro. Tra le regole non scritte figurava ad esempio la prassi per cui al Presidente del Consiglio uscente venisse garantito il Ministero degli Esteri, garantire una collocazione di alto profilo ma abbastanza defilata da non intralciare l’operato del nuovo capo del governo.
Nel corso degli anni, il termine “Cencelli” è travalicato dai confini della Democrazia Cristiana, entrando ufficialmente nei dizionari della lingua italiana e nella pubblicistica accademica. Ancora oggi l’espressione viene ampiamente utilizzata in senso critico o satira politica per indicare qualsiasi trattativa in cui la scelta dei candidati o dei ministri risponda a rigide proporzioni d’appartenenza anziché al merito individuale.
Nei suoi interventi pubblici negli anni successivi, Massimiliano Cencelli ha spesso difeso la matrice originaria del suo metodo. In diverse interviste rivendicava come la sua formula rappresentasse, al netto dei difetti della lottizzazione, una forma di democrazia interna basata su dati oggettivi e sul rispetto del peso elettorale di ogni componente democratica.
A suo dire, quel bilanciamento numerico evito’ spaccature insanabili e garantì una costante rappresentanza pluralista all’interno delle istituzioni, in contrapposizione alle cooptazioni autocratiche o personalistiche emerse nella politica contemporanea.
Con la sua scomparsa, la politica italiana saluta un testimone diretto di una stagione complessa e controversa, il cui cognome continuerà a descrivere i rituali della mediazione di potere.
