di Padre Giuseppe Agnello*
Tutto ciò che conquista la nostra fidúcia piú di Dio e dei mezzi che Dio ci dà per salvarci, non solo è inútile alla santità, ma è anche dannoso per il nostro avvenire eterno. Dio, nostro salvatore, infatti, «vuole che tutti gli uòmini síano salvati e giúngano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, v.4), ma ha bisogno che noi uòmini lo consideriamo vicino e prezioso, come vicino e prezioso Egli davvero è, come Amico, Signore e Tesoro. Con Lui come Amico, Signore e Tesoro, anche la nostra intelligenza riceve il suo giusto orientamento, perché si farà amico il Cielo in ogni sua azione e userà le ricchezze senza farsi possedere da esse.
Niente vale quanto l’amore di Dio; niente raddrizza il nostro presente mèglio del pensiero della vita futura; niente conta piú del decídersi per Dio; e infine nessuna ricchezza rimane onesta, se non viene condivisa con chi è pòvero.
Tutto questo, e molto di piú, ci dice il Vangelo del fattore disonesto ma astuto, che Gesú elògia. Egli infatti, certo che gli sarà tolta per sempre l’amministrazione dei beni del suo padrone, si prepara da sé la previdenza sociale: fa sconti a debitori, per un totale di 500 giornate di lavoro, e cosí si assicura la gratitúdine e gli aiuti materiali per quando sarà senza lavoro. È con ogni evidenza disonesto e «fíglio di questo mondo» (Lc 16, v.8c), ma il pensiero per il futuro lo ha fatto agire prontamente nel suo presente. Per ciò Gesú loda la sua astúzia, solo a ragione di queste tre cose che vorrebbe anche operanti nei figlî della luce:
soppesare bene la situazione reale in tutta la sua gravità («¿Che cosa farò, ora che il mio padrone mi tòglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno» Lc 16, v.3);
trovare la soluzione per evitare la rovina («So io che cosa farò» Lc 16, v.4)
decídersi ad agire di conseguenza («Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone» Lc 16, v.5 ed estinse il loro dèbito, esigendo di meno del dovuto).
Da un punto di vista della salvezza terrena e del sostentamento futuro, questo amministratore si salva dalla rovina econòmica, dall’indigenza e dalla vergogna, ma poiché Dio non era la sua prospettiva e meta, non potrà salvarsi dalla rovina, indigenza e vergogna eterne. La paràbola è funzionale ad evidenziare solo un aspetto: lo zelo per la salvezza che muove l’intelligenza. Ma Gesú, per evitare fraintendimenti tipo: “Evviva l’imbròglio!”, dopo di essa aggiunge tre detti che sàlvano la vita spirituale e morale di chi vuole èssere fíglio della luce. Il primo: le dimore eterne si riempiranno di amici nostri, se qui sulla terra avremo usato i beni temporali anche per i pòveri. Infatti le benedizioni dei pòveri verso di noi, saranno richiamo per l’amicízia del Cielo nei nostri confronti (Cfr Lc 16, v.9). Il secondo: bisogna èssere fedeli anche nelle cose «di poco conto», com’è di poco conto la «disonesta ricchezza», se vogliamo amministrare bene la nostra ànima. La ricchezza, infatti, non dà glòria a Dio in sé stessa, ma in base a com’è amministrata. Allo stesso modo l’intelligenza non dà glòria a Dio se ci salva solo da una rovina materiale, ma se ci salva dalla rovina eterna. La ricchezza altrui da amministrare sono i beni che lasceremo in questo mondo e che sono disonesti se pensiamo che non dovremo mai separàrcene. La nostra ricchezza è il prèmio eterno che tocca alla carità, che deve èssere il vero motore di ogni nostra scelta. Terzo e último detto di Gesú per chiarire la paràbola e la sua lode: non si pòssono servire con lo stesso affetto Dio e il Denaro. Il padrone è uno solo: Dio. Chi ama le ricchezze piú di Dio non si salverà.
C’è molto da imparare dunque dalle letture di oggi. Ritorniamo alle tre cose che fanno l’astúzia dell’amministratore e súscitano la lode di Gesú. Consideriàmole nella vita spirituale e morale del credente.
¿Sappiamo soppesare bene la situazione reale in tutta la sua gravità? La situazione del mondo, della Chiesa, di noi stessi. Nel mondo attuale, la persona vale zero e i soldi sono tutto; la verità è calpestata e la menzogna è incoronata. Nella Chiesa regna la confusione a càusa del faidatè dottrinale, del narcisismo di molti suoi membri e dell’individualismo dei fedeli, che distrúggono la bellezza del Cattolicésimo e la vita fraterna. In noi stessi ‒ mi riferisco a tutti i battezzati ‒ màncano la cura e le preoccupazioni per l’ànima, per la vita eterna, per la vera ricchezza, pròprio perché serviamo due padroni e non uno solo.
¿Qual è la soluzione per evitare la rovina? Accettare Dio e il suo amore; accettare Dio e i suoi insegnamenti; la sua legge; i santi, suoi amici; la sua immutabilità. In un modo sconvolto e in contínuo cambiamento; in una Chiesa lacerata da divisioni e confusione; nelle nostre vite in cerca di sicurezza e stabilità, solo Cristo e il Vangelo sono l’alternativa alla rovina.
Pertanto dobbiamo decíderci ad agire di conseguenza. E la prima cosa da fare è non pèrdere tempo dietro cianfrusàglie, ma concentrarci sul tesoro: Gesú Cristo e la vita divina che ci dà. Chi perde tempo a lèggere Vanity fair o Di piú, anziché il Vangelo e il catechismo, va verso la rovina. Chi legge Il Sole 24 ore o La Repúbblica, ma ignora la Dottrina sociale della Chiesa, va verso la rovina. Chi pensa di progredire nella fede perché ségue il prete youtuber, ma non si sa confessare bene e non prega per tutti, va verso la rovina. La seconda lettura ce lo diceva senza mezzi tèrmini: «Fíglio mio, raccomando, prima di tutto, che si fàcciano domande, súppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uòmini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio» (1 Tm 2, 1-3). Quindi, dopo che Dio sarà il nostro Amico, Tesoro e Padrone, “prima di tutto” ci toccherà pregare “per tutti gli uòmini” e in particolare “per i re e per quelli che stanno al governo”, che síano Trump o Putin, Zelensky o Netanyahu. Pregare per loro “è cosa bella e gradita al cospetto di Dio” perché anche loro dèvono convertirsi a Dio, senza il quale non può èsserci vera giustízia. Dalla giustízia dei capi deriva, poi, quella degli Stati; e da questa dipende la pace tra parti sociali e nazioni, che permette “una vita calma, tranquilla e dignitosa”.
Che Dio ci conceda la lucidità dell’amministratore astuto e la carità dei santi.
XXV Doménica del T.O. anno C, 21 Settembre 2025
Am 8, 4-7; Sal 112 (113); 1 Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13
* L’autore aderisce ad una riforma ortografica della lingua italiana
